Le storie
La giusta direzione
Quella scelta da Fausto Andi che produce bottiglie buone, in molti sensi.

All'angolo della casa, tra la nebbia e il freddo, Andi Fausto aspetta in maglione. Arrivare fin qua, tra le colline dell'Oltrepò pavese, in un giorno bianco e senza orizzonte è un atto di fede. Ma se anche si vedesse a più di cinque metri, arrivare non sarebbe facile lo stesso, perché Fausto ha deciso di non mettere cartelli. "È una scelta. Discutibile, però è una scelta". 
Basta passarci insieme un paio d'ore per capire che lui è uno che fa le sue scelte. E non importa che siano controcorrente e per qualcuno quasi incomprensibili: avere una propria idea del mondo comporta necessariamente delle responsabilità e lui è ben felice di prendersele. Così uno arriva a Montù Beccaria, per parlare di vino biodinamico e al massimo assaggiare un bicchiere di Bonarda o di buona Barbera, e invece finisce a discutere di etica e valori, condivisione e cultura.

A Fausto sono bastati 15 giorni di lavoro in banca e due settimane in un monolocale vista nulla a Torino per capire quale era la sua strada: "Tornare qui, nell'azienda dei miei: lavorare e far fatica", spiega. "Grazie alla mia formale ignoranza in materia (non ho studiato né agraria né enologia) ho potuto iniziare un percorso di crescita senza costringimenti. Sono andato avanti in modo poco ortodosso, cercando di imparare dai miei errori e da quelli degli altri".
Ora è arrivato a produrre degli ottimi vini biodinamici che stabilmente entrano tra i migliori cento vini d'Italia secondo le guide di Slow food. Un risultato che per alcuni versi ha del miracoloso, considerata la fama dei vini naturali presso gli enologi. "Oramai c'è questa moda: compro una bottiglia perché è biologica e naturale, e pazienza se è meno buona. No. Così non si va da nessuna parte. Dobbiamo arrivare a far comprare il nostro prodotto perché è ottimo. E far capire che quel prodotto è ottimo perché è naturale".

Consapevolezza e successo commerciale, un bel binomio che troppo spesso sembra antitetico. Come riesca a conciliare le due cose lo spiega lui stesso: "Qui lavoriamo con il passato, ma usando il massimo del sapere tecnologico moderno. Prima di tutto dobbiamo recuperare il concetto di gusto, e provare a far cultura con il vino. Spiegando tutto l'universo di storie e tradizioni che ruota intorno alla produzione di una buona bottiglia, ma stando sempre attenti al lato commerciale, perché altrimenti chiudiamo bottega".
Così quel che sa sul mantenimento di una botte l'ha imparato da un bottaio novantenne, ma ciò che gli ha trasmesso l'impareggiabile esperienza di quell'uomo l'ha incrociato con le ricerche della scuola enologica di San Michele Appiano, in Alto Adige. Per cui i maestosi tini in cui conserva i suoi vini sono il frutto di una ricerca precisa, affinata negli anni. "Per migliorarci dobbiamo elaborare prototipi, studiare, lavorare, applicarci". E allora produrre vino diventa un momento di crescita, oltre che un'arte. "Perché fare vini buoni o meno è una questione di cultura".

Per immergersi in questa cultura la cosa migliore è raccogliere un gruppo di amici e passare qui una giornata, pranzando nell'agriturismo e scoprendo il progetto che Fausto porta avanti con la moglie, Elisabetta. Nel 2004 hanno dato vita al laboratorio sociale Fuori dalla mischia. "Un nome scelto non tanto perché qui siamo un po' periferici, ma piuttosto perché siamo stati la prima realtà di questo tipo nel profit", spiega Elisabetta. 
Una scelta fondamentalmente etica. "Abbiamo deciso che lo sviluppo della nostra azienda doveva comunque interpretare questo bisogno di essere cittadini attivi e abbiamo aperto il laboratorio".

Oggi ci lavorano undici adulti con disabilità mentale di vario livello, assistiti da due educatori e da lei, che è anche psicologa. "I ragazzi etichettano le bottiglie e producono marmellate e conserve. Ma non scriviamo mai che sono il frutto del lavoro di persone diversamente abili. Se acquisti il prodotto non lo fai perché pensi di fare beneficenza, lo fai perché è buono. Perché la sfida è un'altra: fare profit che però sia sociale". Una scelta, anche questa, controcorrente. "Si deve provare a battere nuove strade, solo così si riesce a fare un sano progresso", spiega Fausto. Alla fine rimane una domanda: perché non c'è il cartello? Risponde Elisabetta: "Perché non abbiamo deciso quale sia la nostra anima prevalente: un po' siamo cantina, un po' agriturismo, un po' azienda agricola sociale. E un po' perché questa è comunque casa nostra. E segnalare casa nostra ci sembrava eccessivo".

Testo di Osvaldo Spadaro

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