Le storie
Ritmico silenzio
La storia dei percussionisti che suonano Beethoven, senza sentirlo.

Un passo, un colpo, lentamente. Finché i passi e i colpi non diventano spontanei e la musica nasce impeccabile, non dall'idea del suono ma dal movimento. Perché del suono i Deaf drums road (Ddr), la prima band italiana di "Percussionisti sordi di strada" formata da una ventina di ragazzi del Convitto nazionale per non udenti di Roma, davvero non possono avere idea concreta.

Eppure nell'estate 2009, al raduno nazionale dei convitti, il gruppo ha eseguito la nona sinfonia di Beethoven: un capolavoro scelto non a caso, perché composto dal grande musicista quando era ormai sordo. Pochi mesi dopo, in autunno, dal palco di piazza Vittorio a Roma i percussionisti hanno raccolto la "standing ovation" di un pubblico sbalordito, che li applaudiva facendo vibrare in alto le mani, nel linguaggio dei segni (un'esibizione che si può trovare anche su Youtube).
Si stenta a credere che questi ragazzi, arrivati da diverse regioni italiane e in qualche caso anche dall'estero per studiare in uno dei tre convitti (gli altri due sono a Torino e Padova) del ministero dell'Istruzione per la formazione per non udenti, riescano a suonare all'unisono brani così complessi, senza sbavature. Per di più con un trasporto quasi sudamericano.

Il maestro e percussionista Sergio Quarta ci ha creduto da subito, intuendo, mentre seguiva un progetto musicale esterno con alcuni di loro, che movimenti quotidiani come il camminare riproducono sequenze ritmiche su cui costruire una tecnica. Allora perché non portarsi dietro un tamburo, durante le passeggiate? Nel 2007 ne parla con la direttrice del convitto, Rosella Puzzuoli, che raccoglie la sfida, fondando un gruppo musicale dentro l'istituto. Dagli otto percussionisti iniziali adesso sono in venticinque, tra veterani e matricole, a cui da poco si sono aggiunti una vocalist e un chitarrista perfettamente udenti. "I genitori si emozionano, gli spettatori percepiscono la loro eccellenza -dice Puzzuoli-. A riprova che questi ragazzi la musica ce l'hanno dentro da sempre. Bisognava tirarla fuori".

Testo di Barbara Ciolli

 

 

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