Le storie
Arte sul filo della follia
In mostra graffiti e collage che raccontano il genio di clochard e malati psichici.

Riconoscere un artista non è mai cosa semplice. Quando lo si cerca lontano dai circuiti tradizionali, volgendo lo sguardo verso segni e graffi affidati a un muro, l'impresa si fa ancor più ardua. Se poi si sceglie d'indagare tra malati psichiatrici e senza dimora, la ricerca può trascendere in una missione.
Negli ultimi quattro anni, Gustavo Giacosa ha camminato il mondo col passo quieto e l'attenzione rivolta alla periferia dello sguardo, sulle tracce del "matto del villaggio". Danzatore e attore argentino, dal 1991 lavora con la compagnia teatrale di Pippo Del Bono, dove ha trovato ispirazione per un'indagine sul rapporto tra follia e arte visiva, da cui è nata l'esposizione "Noi, quelli della parola che sempre cammina", ospitata lo scorso settembre al Museoteatro della Commenda di Pré a Genova. Un tentativo di restituire l'identità sociale d'artista a chi, per la sua condizione di disagio, è stato messo ai margini.

"Lo spunto per iniziare la mia ricerca è arrivato dalla writer genovese Melina Riccio, che per anni ha riempito le stazioni ferroviarie con la sua scrittura minuta. Girando l'Italia per il mio lavoro di attore, la ritrovavo dappertutto: a Catania, come a Venezia e Bari", racconta Giacosa. Dopo lunghi trascorsi nei reparti psichiatrici, Melina Riccio è rifiorita proprio tra i vicoli genovesi, dove la si può incontrare armata di vernice, colla, pennelli, ritagli di giornale e cartoncini vari, mentre si dirige verso uno dei suoi "cantieri", un vecchio muro scrostato o un anonimo secchione della spazzatura, pronti a trasformarsi nell'allegro delirio delle sue forme e del suo tratto semplice.

"La sua arte mi affascinava perché andava ben oltre il lavoro del graffitismo -dice il curatore-: oggi Melina realizza manifesti con il collage e li incolla sui muri delle città, oppure ricama delle bandiere e le regala ai passanti". E se Genova è tappezzata dalle scritte della Riccio, lei è a sua volta sommersa dalle denunce del Comune o di privati cittadini. "La mostra è stata l'occasione per presentarla ufficialmente alla città, per la prima volta in veste di artista -dice l'attore-. Lei, molto amata da blogger e giovani, era presente tutti i giorni per accogliere i visitatori e spiegare il senso della sua opera".

Melina fa parte del piccolo gruppo di autori selezionati da Giacosa per la mostra di Genova, persone che, pur vivendo disagi psichici e sociali, hanno dimostrato di possedere una qualità artistica che sgorga continuamente con rinnovata autenticità. Ne fanno parte Babylone, Helga Goetze, Carlo Torrighelli, Oreste Fernando Nannetti e Giovanni Bosco. Il primo è un senza dimora di Mamoudzou, capitale di Mayotte, ex isola delle Comore, che va in giro con un cartone in una mano e un pezzo di carbone nell'altra, graffitando con una complessa logica spaziale e un carattere che ricorda le tavole scolastiche coraniche.

Per gli altri quattro, invece, l'esposizione genovese è un riconoscimento postumo. Helga Goetze è stata per vent'anni l'anima della Breitscheidplatz di Berlino, dove davanti alla chiesa di Gedächtniskirche inneggiava al libero amore, accompagnando i suoi comizi con centinaia di quadri a ricamo in cui è tessuta la sua mitologia del desiderio. Bosco era un pastore siciliano, con trascorsi in carcere e in diversi ospedali psichiatrici: dipingeva pupazzi o arti smembrati, che affollava di numeri e lettere con una trama simile a quella delle partiture musicali.

Torrighelli, senza dimora milanese, affidava il suo messaggio anarchico a marciapiedi, cartelli di legno e piccoli biglietti manoscritti che attaccava ai muri. Nei suoi comizi per le piazze di Milano, era centrale il tema delle "onde assassine" -divenuta poi una leggenda metropolitana- con cui il clero avrebbe torturato e ucciso i poveri Cristo come lui. Nannetti, nome di battaglia "Nanof, scassinatore nucleare", ha trascorso la vita trasferendosi da un ospedale psichiatrico all'altro. In quello di Volterra, ha inciso con la fibbia del panciotto un'odissea fatta di voli spaziali, collegamenti telepatici, luoghi immaginari e personaggi poetici, che s'arrampica come edera sui 180 metri di muro del cortile. L'opera è in disfacimento ma ne rimane una dettagliata documentazione fotografica.

"Questi artisti potrebbero aderire a molteplici correnti: art brut, land art, pop art, performance, poesia concreta e altre ancora -conclude Giacosa-, ma i loro lavori si propongono al pubblico come messaggi aperti, che sorgono esplicitamente da un limite. Per infrangerlo". Dopo Genova, Giacosa porterà le loro opere a Parigi, dove nella seconda metà del 2011 saranno ospitate in una mostra alla Halle saint Pierre, e nel 2012 a Gand (Belgio) al museo del Dr. Guislain, dedicato alla psichiatria.

Testo di Adriano Marzi

 

 

 

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