Venezia è a un tiro di schioppo, ma non si vede né si sente. L'aria di mare arriva appena, mista all'odore del traffico e dei treni. Via Piave comincia qui: diritta davanti alla stazione, il nodo di transito più caldo del Nord-Est e insieme la porta verso una delle città più belle del mondo.
E Mestre? Mestre ne è lo specchio industriale e ingrigito. E da qualche tempo, una delle principali mete per gli immigrati nella provincia. La frazione della Serenissima e i suoi dintorni contano circa 180mila residenti (90mila solo nella zona mestrina vera e propria) e il 14 per cento di loro è straniero. Il quartiere Piave -insieme a Carpenedo-Bissuola e Terraglione raccoglie quasi la metà. Da una decina d'anni, in particolare, quest'area è diventata simbolo dell'immigrazione di Mestre, benché non sia periferica: il centro dista appena una decina di minuti, e vent'anni fa via Piave era una strada elegante, dai bei negozi. Ora è rimasta la nostalgia.
Parto da Nord, in un paesaggio di palazzetti e vetrine dall'aria spenta. Dhali Hamid, sui 35, originario del Bangladesh, è in città da meno di un anno. Tiene le mani raccolte mentre parla, a tono di voce minimo e quasi sacrale. Il lavoro non gli basta nemmeno a pagare l'affitto, benché in genere non sia alto: si va dai 500 ai 1.000 euro a seconda della distanza dalla stazione e dai metri quadrati. La zona è tranquilla, dice, ma c'è crisi, crisi, e la bigiotteria e l'abbigliamento tipico che propone -sari, scarpe, veli- non sono molto richiesti. Nonostante la presenza di un robusto ceppo bengalese tra questi palazzi. Mentre parliamo, un bambino a petto nudo corre dalla porta alla cassa e dalla cassa alla porta. Avanti e indietro. "E se va male che fate, dove andate?". Dhali stringe le labbra. "Boh".
Più allegra l'atmosfera al bar Piave, dove mi fermo per un caffè: una clientela media di ucraine che comprano gratta e vinci e anziani che roteano il bicchiere di spritz. Le due bariste, molto carine, sono cinesi.
"Sono qui da nove anni -spiega Yossy, la più giovane-. Prima abitavo a Gorizia, e ora la mia famiglia ha rilevato questo bar. Mestre è piena di immigrati, ma dopotutto si vive abbastanza bene... Certo, se fossero tutti indiani, che ordinano solo caffè e brioche, avremmo già chiuso! Almeno gli italiani bevono molta birra".
Yossy viene da un regione vicino a Shangai. La dinamica classica: per primi sono emigrati i genitori, e poi le figlie hanno seguito il loro destino. Ora lei ha vent'anni, ma poche idee sul futuro prossimo. "Lavoro tantissimo", precisa. "Non esco quasi mai e a Venezia vado proprio ogni tanto. Che noia, Mestre". Prima di andarmene, scrive sul mio taccuino il suo nome in ideogrammi.
Scendendo verso la stazione c'è un parco: i Giardini di via Piave. Che sia lo snodo dello spaccio locale lo intuisco quando passo attraverso un gruppo di nordafricani: "Ehi bello, tutto bene? Vuoi qualcosa?". Un tizio mi regala un sorriso: "Droga system, quelli -dice-: stai attento".
Poco oltre, due vecchi rom borbottano guardando il cielo e dividendosi un panino al tonno. Alle panchine successive, invece, si raccolgono capannelli di donne slave. Mi fermo a parlare con una donna sulla quarantina, e lei spiega che queste signore vengono da ogni parte del Veneto del Sud: Mogliano, Preganziol, Roncade. Si ritrovano qui per parlare. Perché proprio qui? Alza le spalle: "È un buon posto dove farlo. Un posto come un altro." Lavorano come cameriere, infermiere, badanti. Del quartiere sanno poco, ma sono presenze che lo animano in prima persona: "Una volta eravamo così tante, ma così tante, che ci hanno scambiato per delle manifestanti!", ride.
La tensione, però, è evidente. I dati della microcriminalità non sono particolarmente alti rispetto ad altri quartieri mestrini, ma la sensazione di insicurezza percepita da parte degli italiani è forte. Una fascia di cittadini ragiona quindi in termini di autodifesa assoluta. Un'altra, invece, vuole andare oltre i luoghi comuni e costruire un orizzonte condiviso. A questa si appella l'Etam, un servizio sociale del comune di Venezia che da tre anni lavora in via Piave.
"La convivenza qui è difficile -spiega la responsabile Roberta Zanovello-. Noi dell'Etam abbiamo immaginato dei progetti di riqualificazione che prevedono la partecipazione diretta delle persone". Qualche esempio: alimentare i contatti fra commercianti italiani e stranieri; mettere in campo un laboratorio di musica ("Voci dal mondo", dove si canta in tutte le lingue); proporre passeggiate di genitori e figli di ogni nazionalità; gestire il giornale semestrale Le voci di via Piave. "La zona ha risposto molto bene -dice Roberta-. È questo il solo modo per cancellare gli stereotipi e le rabbie. Per creare vera convivenza e vera interazione."
In via Trento, la perpendicolare vicina alla stazione, c'è un'infilata di quattro negozi sotto un portico. Alcuni ragazzi africani bevono birra e fumano dandosi pacche sulle spalle. Davanti alla porta della sua attività -alimentari kosovaro, la prima volta che ne vedo uno in vita mia- Lulzim Shaka osserva sconsolato: "Questi son sempre sbronzi, diobono!". Ha preso tutti gli intercalari del posto. Basso, capelli radi, Lulzim vive in Italia da quattordici anni ma ha aperto questo negozio da sei mesi soltanto. "Sono scappato dal Kosovo quando la guerra stava per iniziare, nel 1996 -racconta-. I serbi entravano nelle case drogati persi e spaccavano tutto. Qui in Italia ho iniziato a lavorare come muratore con i miei fratelli".
Da cosa nasce cosa: hanno messo in piedi un'impresa edile. Gli affari vanno benone finché non arriva la tipica fregatura all'italiana. Un cliente deve loro più di 70mila euro, non paga, chiude baracca. "Siamo ancora qui con gli avvocati, ma abbiamo dovuto rifare tutto daccapo. Io ho aperto questo mini-market, i miei fratelli lavorano con quattro o cinque persone e basta". Sorride. "È dura, diobono. Ma si va avanti. Si va avanti".
Testo: Giorgio Fontana - Foto: Aldo Pavan










OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook