In un Paese in cui una battuta costa anni di carcere, l'opposizione birmana -costituita da partiti politici, sindacalisti e minoranze etniche- vive in perpetua clandestinità: braccata da servizi segreti e inseguita dalle scorrerie dell'esercito. E`anche per questo che in Italia c'è chi li sostiene. Cecilia Brighi, sindacalista Cisl e esperta di diritto internazionale del lavoro, da anni si occupa della Birmania. "In questo Paese tutti i diritti fondamentali vengono infranti -spiega-. Migliaia di persone sono sistematicamente messe ai lavori forzati per costruire strade, erigere dighe, scavare canali". Il Governo è stato più volte sanzionato dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), ma continua con noncuranza a reclutare anche donne e bambini. "Il lavoro forzato rappresenta la spina dorsale dell'economia birmana", prosegue.
"L'Oil ha anche promosso una risoluzione per interrompere i rapporti commerciali con le società birmane, ma i governi, soprattutto quelli asiatici, fanno finta di non vedere. Facciamo pressione sulle aziende italiane che intrattengono rapporti con il regime, ma molti non se ne curano, oppure aggirano il problema facendo passare le merci dalla compiacente Cina". Per questo la Cisl raccoglie fondi per la causa birmana: servono ad animare scioperi, sostenere la rete del sindacato clandestino e tanti sindacalisti in esilio in Thailandia. "Ma finanziamo anche scuole per i figli dei lavoratori birmani che lavorano da irregolari in Thailandia e ci siamo dati da fare per sostenere le vittime dello tsunami", spiega Cecilia, che anima il sito birmaniademocratica.com; una fonte preziosa per sapere quel che accade nel Paese asiatico e seguire gli sviluppi delle elezioni del 7 novembre, le prime da 20 anni. Un appuntamento-farsa secondo gli osservatori, messo a punto dai militari che hanno annunciato anche la scarcerazione del premio Nobel Aung San Suu Kyi. Si sono tolti la mimetica e hanno indossato la giacca, ma nulla è cambiato.
Testo di Osvaldo Spadaro










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