Da anni recitano in un garage, quello di casa. Ma a Mandalay li conoscono tutti lo stesso. Nella seconda città della Birmania basta fermare un guidatore di trishaw, fare il segno dei baffi con le mani e dire "moustache". Sei straniero e dunque è abbastanza normale che alla otto di sera tu voglia andare lì: in quella casetta a tre piani sulla trentanovesima strada. Del resto se fossi birmano anche volendo non potresti andarci: da anni il governo ha proibito ai Moustache brothers di esibirsi davanti a qualsiasi pubblico locale. Pena l'arresto: per loro e per il pubblico. Così sono costretti ad allestire lo spettacolo solo per gli stranieri. "Perché è importante raccontare quello che succede in Birmania e che all'estero si sappia", spiega Lu Maw, il più giovane della compagnia e anche l'unico che parla inglese.
I Moustache brothers sono più di due fratelli: sono un intero clan familiare -mogli, cugini e nonno- che conduce una tenace battaglia per la libertà. Per trent'anni hanno calcato le scene del Paese, mischiando satira e teatro, portando avanti un'antica tradizione tramandata da padri e nonni. La loro forma di espressione in birmano si chiama a-nyeint pwe: un po' di danza, un po' di musica, molte battute lascive e un comportamento da eterni giullari fustigatori del potere. Ma il governo di Rangoon ha un sense of humor incredibilmente limitato anche per gli standard già bassi delle dittature internazionali.
Così ora i Moustache sono confinati nel loro sottoscala attrezzato a teatro: un tappeto come palco e nove sedie per platea. Alle pareti, tra le tante immagini, tengono anche una ritratto del premio Nobel Aung San Suu Ky. In Birmania è proibito. Talmente proibito che da solo basterebbe per finire dritti ai lavori forzati, specialità del regime. Ma questo garage trasformato in palcoscenico per alcuni versi è un mondo a parte. Qua si può dire quello che altrove si può solo pensare. Per due ore al giorno, quando sulle sedie distribuite lungo la parete si siedono i turisti, in questa stanza c'è assoluta libertà di espressione e di satira. E` praticamente l'unico luogo in tutto il Paese dov'è possibile. I Moustache -che campano grazie ai nove biglietti da 8 dollari staccati ogni sera e alle magliette autoprodotte che vendono agli spettatori- lo sanno e fanno di tutto per resistere, anche se gli uomini dei servizi segreti sono sulla porta e la loro è una libertà più che vigilata.
La forza degli sketch colpisce chi li va a sentire. La miglior battuta è forse quella di un birmano che ha mal di denti e va in Thailandia a farsi curare. Il dentista, che in quella settimana ha già ricevuto una dozzina di clienti birmani, chiede: "Mi scusi, ma perché venite tutti qua? Da voi in Birmania non avete dentisti?". E il paziente risponde: "Per averli li abbiamo: però in Birmania è proibito aprire la bocca".
A ben vedere una battuta abbastanza innocua, ma sufficiente per finire in carcere. E dietro le sbarre i Moustache sono stati più e più volte. L'ipercinetico Lu Maw, il più piccolo dei due che tiene banco con i turisti, solo per pochi giorni. "Mi avevano scambiato per mio fratello, neanche il loro lavoro sanno fare questi". Par Par Lay, che è il mattatore del gruppo e il più famoso nel Paese, invece è un abbonato delle galere nazionali. L'ultima volta e` finito dentro nell'autunno del 2007, durante la rivolta zafferano. Un mese e venne liberato: era accusato di aver sfilato accanto ai monaci. Non era andata così bene nel 1996. Quella volta Par Par partecipò a una manifestazione in supporto di Aung San Suu Kyi. Fece una battuta di troppo sullo stato in cui versava l'economia birmana e venne condannato a sette anni di lavori forzati, in catene. È stato liberato dopo cinque anni grazie alla pressione di alcune organizzazioni internazionali sul governo birmano.
Anche i Moustache, dai loro venti metri di garage, cercano di tenere sotto pressione il governo. E lo fanno invitando gli stranieri a venire nel Paese, per non lasciare da sola la popolazione. "Turisti venite in Birmania. Venite, ma state attenti a non rubare. Al nostro governo non piace la concorrenza".
Testo di Osvaldo Spadaro
Per saperne di più leggi "Un Paese fondato sul lavoro (forzato)"










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