Le storie
La valle del silenzio
Nel Belice, distrutto dal terremoto nel 1968, sospeso tra ruderi e opere d'arte.

"La vera medicina è l'eternità". Sotto il sole crudele della Sicilia dimenticata dagli uomini, la speranza è l'ultima a morire. A Gibellina nuova -un insieme di case affastellate senza senso nel deserto di mezzogiorno- sul mosaico di Marco Nereo Rotelli campeggia questa verità, firmata Bruno Ceccobelli e datata maggio 2004. Trentasei anni prima, nel 1968, un terremoto devastante colpiva il Belice, una vallata di macchia mediterranea e vigne in provincia di Trapani. Quattordici comuni distrutti, 370 morti, mille feriti, 70mila senza tetto: questi gli effetti del terremoto.

Dopo più di quarant'anni, la memoria delle vittime è eternata da ciò che resta: pochi ruderi squarciati dalle grida degli uccelli che ne hanno fatto la loro casa, finestre come occhiaie vuote sul volto della valle. Questa è Gibellina vecchia: contava 6mila abitanti. Il resto è stato ingessato per sempre sotto il famoso "Cretto di Burri". Un gigantesco monumento della morte, distesa di cemento bianco sui luoghi della città che fu, ne ripercorre le vie e i vicoli. Dall'alto appare come una immensa frattura della terra.

Oggi, questa opera d'arte contemporanea dovuta alla visionarietà dell'ex sindaco di Ghibellina Ludovico Corrao e alla sapienza del maestro Albero Burri che la realizzò nel 1984, ha perso di smalto. Soffre i segni dell'abbandono, non smentendo il senso di desolazione che apparenta tutte le opere che avrebbero dovuto fare di Gibellina un centro di arte contemporanea unico al mondo. Qualcuno arriva qui per visitarla, come una stranezza dell'oggi. In molti si recano al Museo della cittadina dove la direttrice Caterina Zummo li accoglie come in un sacrario e parla di Burri e Consagra (altro scultore di opere per Gibellina) come un apostolo parlerebbe dei suoi profeti.

Sotto la cupola a palla della Chiesa Madre, progettata nel 1972 da Ludovico Quaroni e Luisa Anversa, si riposa dalla calura un melting-pot di giovani architetti: un canadese, una turca, due siciliani, Carlo e Gianpaolo: "Abbiamo portato qui i nostri amici per spiegare loro cosa significa l'incompiuto siciliano". Ma Gibellina sarebbe dovuta essere qualcosa di diverso.

"Questo posto è un pezzo della mia vita". L'ex sindaco Corrao è un monumento alla costanza. Già senatore della Repubblica, ha amministrato Gibellina nel 1968, durante il terremoto. Oggi presiede la Fondazione Orestiadi. Panama bianco, il volto da novantenne segnato dalle rughe, ha un unico vizio: "La mia droga è il sigaro, u sucarru", confessa. E ricorda, accogliendo i visitatori nel suo quartier generale, il Baglio Di Stefano, la dimora baronale sede della Fondazione: "Il terremoto è stato un'esplosione di necessità: nessuno ne è rimasto indenne. Però, come sul Golgota si squarciò il velo del tempio, questa scossa è stata un invito a ricucire le ferite che questa terra si porta appresso da secoli". Ma ci voleva un terremoto per risvegliare l'ottimismo della volontà? L'ex sindaco, con il suo piglio mistico, si è reinventato la nuova Ghibellina ma l'inerzia degli uomini ha provveduto a fare il resto.

Basta andare in piazza Municipio, a Ghibellina nuova: qui campeggia una teoria di sculture, "La città di Tebe" di Pietro Consagra. Ma, più che Tebe, è la città dei fantasmi, almeno fino alle 20.30. Dal tramonto, "La Torre civica" di Mendini incombe su un gruppo di ragazzi che giocano a calcetto e su due fidanzati, Vicky e Antonio, che si scambiano effusioni: "Il paese è pieno di famiglie sfollate da Gibellina vecchia. Non succede mai nulla".

Il nuovo sindaco, l'architetto Rosario Fontana, si è insediato nel giugno scorso: "L'emigrazione ci ha dato una botta non indifferente (oggi gli abitanti sono 4.700). E poi i fondi statali non arrivano più. Abbiamo problemi sul fronte urbanistico, occupazionale, idrico, agricolo". Il sindaco è un fiume in piena: "I monumenti? Chieda al Provveditorato delle opere pubbliche che si dovrebbe occupare dei restauri. Però, guardi, Gibellina ha molte altre eccellenze". Eccole: l'agronomo Tonino D'Aloisio ha sconfitto la lebbra del punteruolo rosso che attanaglia tutte le palme d'Italia. Non solo.

La Valle del Belice è il distretto del vino e conta un nutrito numero di cantine, come la Corbera, dove non ti stupisci di incontrare un enologo nordico, di Desio: Roberto Arienti. Dal 2003 è in Sicilia e si è messo in testa, con il presidente della cantina, Vito Bufalo, di dare un mercato più ampio al vino di queste colline che in pochi visitano ancora, dove le pale eoliche, ormai, la fanno da padrone.
A Poggioreale, l'unica città fantasma del Belice rimasta un rudere a cielo aperto -il cineasta Giuseppe Tornatore avrebbe voluto farne un set permanente- capita di incontrare anime solitarie. Come Mario, intellettuale trentenne. Il padre è di Poggio, la madre di Salaparuta. "I miei genitori c'erano quella notte. Mio padre non è mai voluto ritornare. Ma io ho sentito il bisogno di riappropriarmi delle mie radici". In quel che resta della terra del silenzio, a Poggioreale, dove si è accovacciato Mario, appesa a un gancio, penzola sghemba su di lui la scritta "Pane".

Testo di Laura Silvia Battaglia

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