Le storie
Il polo su due ruote
Per campo una piazza, per destriero una bici. Da Catania a Milano domina il bike polo.

"Tre, due, uno... polo!". All'ombra della statua del Manzoni sei biciclette cominciano a sfrecciare nella milanese piazza san Fedele, illuminata a vista dai lampioni. Tre contro tre, i bikers rincorrono una pallina di plastica con vecchie racchette da sci, tentando di spingerla nella porta avversaria. Un paio di signore in tacchi a spillo attraversano il "campo", voltando curiose lo sguardo senza capire. Avranno altre occasioni: ogni martedì, dalle 22.30 in poi, il cuore di Milano è occupato dal bike polo, un appuntamento alla portata di tutti. Tanto esclusivo e costoso è il classico sport inglese a cavallo, quanto informale e a buon mercato è la sua variante di strada: una moda urbana che arriva ora in Italia. Per una partita bastano una bici a scatto fisso (si frena cercando di bloccare la pedalata; chi posa i piedi a terra esce per punizione, ndr), un caschetto e un pezzo di tubo da aggiungere alla punta della mazza per renderla più performante.

Persino l'arbitro è di troppo: "Tra noi c'è molto fair play. Abbiamo iniziato per scherzo due anni fa, ce ne parlò una biker finlandese" racconta in una pausa il coordinatore, Roberto Peia, giornalista 50enne con la passione per le due ruote tanto da aver portato in Italia gli "Urban bike messangers", i pony express a pedali. "Da qualche mese gareggiamo tra città -prosegue Roberto-: siamo reduci dal campionato nazionale di Roma, vinto dai marchigiani. L'inverno scorso eravamo in Germania, quest'anno a Ginevra per il torneo internazionale. Ma restiamo un gruppo spontaneo: la filosofia di fondo è libera".

Anche chi arriva in ritardo entra in campo. Ortu, un ragazzo basco che lavora a Milano, si presenta con un amico in tempo per metà partita: in genere si gioca per 40 minuti, suddivisi in quattro tempi da dieci. Solo i martedì di pioggia e di consiglio comunale (il retro di Palazzo Marino, che dà sulla piazza, è sede del Comune), con i vigili in azione, riescono a fermarli. "Ci vorrebbe un campetto ad hoc. I tedeschi già ce l'hanno" ironizza Lorenzo, professione fotografo, che fa mistero del suo cognome.

Pensare che molti gruppi italiani, da Roma a Fano, da Catania a Vicenza, giocano nei parcheggi dei centri commerciali o in zone poco illuminate. Loro invece sono nel "salotto buono", a due passi dal Duomo e dalla Scala, dietro la galleria Vittorio Emanuele: una location davvero scenografica, anche per gli spettatori.

Testo di Barbara Ciolli

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