A un certo punto ne arriva uno davvero enorme. Saranno dieci metri per quattro, ancora in fase preparatoria: sulla destra spicca un disegno di Optimus Prime, il robot "buono" dei Transformers. Il metodo? Salire a trabattello e tirare le prospettive con il battifilo da muratore. Chiodo in centro, tracci le linee, e poi via a mano libera. Raptuz si ferma, passa una mano sul muro: "Ecco, questa è roba mia e di tre amici. Poi l'abbiamo piantato lì e l'hanno subito imbrattato."
Metti una piccola traversa pedonale di via Padova a Milano: un posto dove non capiteresti mai, perché c'è solo un muro che corre lungo il ponte della ferrovia. Si chiama via Pontano: la zona è bigia, e lo scorcio sembra ritagliato da un film noir.
Eppure è su questo muro che trovi quasi un chilometro ininterrotto di colore: graffiti, disegni, un'intera geografia di immagini e sovrascritture. Tag arancioni, rosa, giallo, contorni viola, sfondi beige e azzurri. Dediche e frasi su altre dediche e frasi. Qui il cemento racconta una storia.
Per ricostruirla ci affidiamo a Luigi Maria Muratore, in arte Raptuz, uno della prima leva. Graffitaro e urban artist sulla quarantina, è fra i fondatori della Tdk Crew e della celebre Spaghetti funk crew, con J-Ax e i Gemelli DiVersi.
"La vita del muro comincia più di vent'anni fa -spiega-. I primi a dipingere erano Stan, Mac, Rendo, JD: io sono arrivato tre anni dopo. Bombolette in mano e tanta voglia di fare. All'epoca qui era molto diverso, anche via Padova era diversa". Proseguiamo, la strada incrocia via Mosso e si libera in uno spiazzo. Una scuola, qualche casa, nessuno in giro. Raptuz apre le braccia: "Ecco, prima qui ci si trovava a qualsiasi ora del giorno e della notte: chi dipingeva, chi giocava a pallone, chi faceva tennis contro il muro. Era come una piazza. Il colore comincia da qui".
A sinistra, sul muro un'aquila che piove sotto una scritta "Rest in power", e sotto due ritratti, un in memoriam a due amici morti anni fa. A destra, caricature più recenti delle Sturmtruppen di Bonvi. Un cartello disegnato indica "Via Padoven". Ma i segni della sovrascrittura sono ovunque: è una colata di strati geologici, e quello originale è andato perduto sotto i continui rifacimenti. Tutti irregolari, peraltro.
"Fin dall'inizio non abbiamo mai avuto permessi -ricorda Raptuz-. E sì che ci abbiamo provato. Il muro è di proprietà delle Ferrovie dello Stato, e loro si sono detti disponibili: ma una volta cominciata la trafila non abbiamo mai risolto niente. Cambiano i riferimenti, la burocrazia si intoppa... Abbiamo rinunciato. Non ha senso perdere mesi per avere il permesso di fare una cosa che fai da sempre".
Poi con il tempo il gruppo degli esordi si è allontanato. E il muro, dalla mostra a cielo aperto che era, si è trasformato in un mezzo caos. Manca il rispetto del galateo originale, quello che Raptuz stesso ha sintetizzato in un graffitino-nota: "Via Pontano è stata dipinta per la prima volta nel 1987. Qui si dipinge liberamente ma: rispettate i pezzi altrui, tenete pulito e soprattutto... Non rompete il cazzo!".
Tre anni fa Raptuz e amici hanno ripreso a disegnarlo, ma lui resta critico: "Come lo lasci andare, viene rovinato con delle scritte a caso. I ragazzini ormai pensano solo ad allenarsi o a pasticciare. Ma esiste un'etica precisa della sovrascrittura. In teoria non si dovrebbe mai fare: nel caso, devi comunque riconoscere le firme e quali pezzi possono essere eventualmente ricoperti". Gratta il cemento, malinconico. "Questa è storia, e la storia si perde via. Per ridare un senso al muro abbiamo cercato di organizzare una sorta di grande revival. Ma il problema, come dicevo, sono i permessi. Peccato, no?".
Già, peccato. Eppure, nonostante le difficoltà e la crisi dell'etichetta, il colore non muore: chiama altro colore, e la zona ne ha sempre parecchio bisogno. Nuovi strati si sommano da un giorno all'altro. Nuovi ragazzi con le bombolette in mano. La storia di via Pontano continua.
TESTO DI GIORGIO FONTANA











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