Il Ferrhotel è lì, vicino alla stazione centrale di Bari: un vecchio albergo abbandonato, di proprietà di Trenitalia, utilizzato fino al 2007 dai clochard locali. Poi sgomberato, perché dichiarato inagibile.
L'edificio è degradato, ma non fatiscente. Il 18 ottobre 2009, una quarantina di rifugiati politici somali, sostenuti dalla Rete antirazzista cittadina, si sono "presi" questo stabile inutilizzato. Perché a loro era utile: almeno per dormire sopra un pavimento, sotto un tetto, tra quattro pareti.
Gli occupanti sono quasi tutti uomini, tra i 20 e i 30 anni. Solo tre, le donne: una di loro, giunta al nono mese di gravidanza, grazie all'intervento degli assistenti sociali ha trovato una sistemazione più "consona" alla sua condizione. Gli altri sono rimasti nel Ferrhotel: muniti di scopa, stracci e detersivi hanno rimosso la spazzatura e pulito l'edificio, rendendolo il più decoroso possibile. E trasformandolo in una piccola kasbah, dove il tempo scorre monotono e lento, tra sapori di cibo speziato e note di musica araba. Le loro giornate, infatti, sembrano una successione di riempitivi. Un programma dalla trama tanto prevedibile quanto vacua, che si ripete sempre uguale a se stessa. Si svegliano, si lavano, cercano lavoro: i più fortunati trovano impieghi stagionali o giornalieri, in nero e sottopagati, mentre gli altri stazionano al Ferrhotel e chiacchierano per ore, come se le parole potessero colmare un tempo vuoto di azioni.
Il lungo e buio corridoio, da cui si accede alle varie stanze, viene vissuto come se fosse la via principale, che si apre su uno slargo simile a una piccolissima piazza: qui la gente passeggia, si incontra, prega, balla, canta, telefona, legge e mangia. Vive la quotidianità, condividendola con gli altri. Anche se ogni "proprietario dell'albergo" è in possesso di una chiave numerata, che gli permette di accedere alla propria camera: arredata con due letti, due comodini, un appendiabiti e, se va bene, un armadietto. Mobili essenziali, in ferro e plastica, simili a quelli di un vecchio ospedale. A rendere gli ambienti più personali, e meno alienanti, ci sono gli oggetti: valigie, vestiti, scarpe, alimenti e pentole accatastati gli uni sugli altri e affiancati a segni-simboli di appartenenza e di riconoscimento, come le bandiere della Somalia appese alle pareti.
L'albergo sembra una città, mentre le camere vengono vissute come una casa. Tra spazio pubblico e spazio privato, però, come succede in molti paesi "caldi", non c'è molta differenza. Solo che a Bari, in inverno, può fare freddo, e molto: l'hotel ferroviario è privo di riscaldamento, mancano sia luce che gas. Un generatore elettrico, procurato dai militanti della Sinistra autorganizzata, permette di ovviare alla situazione. Ma, dopo il tramonto, l'illuminazione è data quasi esclusivamente dalle candele. Mentre di giorno, sui fornelletti a gas, i profughi preparano qualsiasi cosa: dal té alla pasta. Rischiano la vita, per una bevanda o del cibo. Ma l'hanno già rischiata, più volte, ancora prima di trovare questo riparo: una soluzione tanto inaccettabile quanto provvisoria, che dura ormai da quasi 7 mesi. Uno di loro racconta: "Abbiamo attraversato l'Etiopia, il Sudan e la Libia". Per arrivare prima in Sicilia e poi in Puglia. Un viaggio della speranza: disperante. Che molti hanno ripreso con i telefonini: un video che documenta la loro traversata è costellato da immagini di cadaveri, caduti lungo le strade che solcano il Sahara.
Sfuggiti a una guerra civile, che dilania il loro Paese da vent'anni, hanno lottato anche loro contro la morte, prima in terra e poi in mare, per inseguire il miraggio di una vita. Che vita non è. Giunti in Italia si sono trovati di fronte a un Paese che nel 2009 ha ricevuto dall'Unione Europea oltre 4,4 milioni di euro per soccorrere i rifugiati. Soldi che non sono bastati a coprire le esigenze di tutti. E chi ha ottenuto asilo politico, in base alle norme del trattato di Dublino, resta bloccato nel nostro Paese e non può andarsene altrove: "Quasi tutti vorrebbero raggiungere il Nord Europa, dove hanno parenti ed amici -spiega uno di loro-, e dove possono godere di un sistema di welfare che in Italia ancora manca (nel 2008 sono state presentate più di 31mila domande, ma solo 8.412 hanno trovato accoglienza nella rete Sprar, ndr)".
Gli occupanti, per mangiare, si affidano alle mense ecclesiastiche e comunali ma, la domenica, si riuniscono al Ferrhotel per pranzare insieme: le donne cucinano piatti semplici e i baresi fanno visita ai rifugiati, offrendo la solidarietà che non viene da chi governa questo Paese. "I politici di destra e di sinistra si presentano solo in cambio di qualche tornaconto, senza impegnarsi in azioni che possano migliorare la situazione", dice Angelo, uno dei militanti che fin dall'inizio ha sostenuto la "lotta" dei somali per il diritto alla casa.
Diritto fondamentale, ma negato. Non solo a loro. Questa occupazione, infatti, ha "fatto gola" ad altri senzatetto: profughi e non. Dallo scorso gennaio, al migliaio di rifugiati e clochard che vivono nelle strade di questa città si sono aggiunti centinaia di immigrati in fuga da Rosarno. Tutti hanno rivendicato un posto nel Ferrhotel: senza ottenerlo.
Per arginare la situazione, il 15 dicembre scorso, più di cento immigrati, con l'aiuto dei militanti baresi, hanno occupato l'ex liceo Socrate, abbandonato dal 2005, mentre il Comune e la Croce Rossa hanno allestito una tendopoli in grado di ospitare un centinaio di persone. Nel tentativo di evitare una guerra tra etnie, oltre che tra poveri.
TESTO DI GABRIELLA KURUVILLA











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