Le storie
Partecipata alla tarantina
Niente pizzo né atti vandalici nei cantieri. Il miracolo di Labuat per cambiare la città.

In un pezzo di terra senza regole, le regole si conoscono benissimo ma non si rispettano. A volte capita, però, che vengano applicate; e quando succede è un miracolo. Per questo, ora che parliamo di architettura partecipata in un pezzo di terra senza regole, non bisogna pensare a cose tipo l'autocostruzione, in cui un gruppo di persone diventano muratori nel tempo libero per costruirsi casa. Qui architettura partecipata vuol dire solo che gli abitanti accettano un progetto e lo supportano astenendosi dal chiedere il pizzo, rubare materiale edile o, addirittura, dal distruggere il cantiere. 

È successo nella città vecchia di Taranto, uno dei simboli del pezzo di terra senza regole. Qui, grazie a un gruppo di giovani professionisti tarantini, è stata recuperata l'ex chiesa di San Gaetano: circa 250 metri quadrati, fino a tre anni fa usati come discarica per immondizia, siringhe e come rimessa per tenere reti, barchette dei pescatori e mobili vari. Ora odora di nuovo e i soffitti a volta ricoprono un laboratorio teatrale, spalti disposti ad anfiteatro per il pubblico, bar e servizi igienici. E due passi più in là, c'è l'altro luogo del miracolo: una struttura ipogea di circa 300 metri quadrati, che probabilmente ospitava abitazioni risalenti alla Magna Grecia. Da anni era un magazzino abusivo e ci accatastavano detriti. Ora ha recuperato il suo valore storico-artistico e ospita un caffè letterario con tanto di mediateca e wireless libero.

Questi interventi sembrano poco, invece sono molto, perché gli spazi ristrutturati si trovano nel cuore della Taranto vecchia, in via Cava, vicolo ciottoloso in cui i tarantini della città nuova, pur parlando la stessa lingua degli abitanti di questo quartiere, hanno paura di camminare perché temono aggressioni. Di norma le case sono diroccate, non hanno riscaldamento e le finestre, quando esistono, sono rotte. L'abbandono e il degrado causato da decenni di indifferenza e mala amministrazione delle autorità locali sono così abituali che non fanno neanche scalpore. Parlarne non servirebbe a cambiar le cose. E invece proprio qui le cose stanno cambiando. 

Tutto è iniziato tre anni fa, quando il gruppo di professionisti (tra cui architetti e giornalisti) tarantini ha deciso di partecipare, insieme ad alcune associazioni locali impegnate nel sociale, al bando regionale "Bollenti spiriti", per recuperare parte della città vecchia. Il loro progetto ha vinto. È stato finanziato con fondi europei ed è partito il cantiere Maggese, quello che ha ristrutturato i due spazi comunali. 

"La cosa straordinaria è che i cantieri sono finiti davvero", commenta Michele Loiacono, direttore dei lavori, nonché anima del progetto. "La difficoltà maggiore è stata far capire e accettare il progetto agli abitanti". Come? "Coinvolgendo il quartiere, seguendo il metodo dell'architettura partecipata interpretata alla tarantina", prosegue. Prima dell'arrivo dell'impresa incaricata dei lavori, hanno organizzato riunioni e cene per spiegare agli abitanti che i centri socio-culturali possono attirare persone, magari anche turisti, favorendo così attività commerciali come bar e pizzerie. "Ci sono voluti tempo e pazienza", precisa Loiacono, che ha trascorso quasi tutti i giorni degli ultimi tre anni in via Cava. "Per seguire l'avanzamento dei lavori, ma soprattutto per parlare con la gente". Alla fine, le famiglie hanno spostato volontariamente reti e barchette dai magazzini abusivi dell'ex chiesa di San Gaetano e dalla struttura ipogea. I cantieri non hanno subito danni e non ci sono state richieste di tangenti. 

Per coinvolgere ancora di più il quartiere, il gruppo ha fondato l'associazione Labuat (Laboratorio urbano di architettura a Taranto), con cui ha partecipato a "Principi attivi", un altro bando regionale per finanziare attività socio-culturali in zone "difficili". Labuat ha vinto anche questo concorso e ha organizzato nella città vecchia due eventi importanti. Nel settembre 2009, "Park Urka", un parco giochi temporaneo nello spiazzo antistante l'ex chiesa di San Gaetano, allestito con l'entusiasmo dei bimbi della zona e in collaborazione con Controprogetto, società di architetti creativi. Poi, a novembre, "Terraret", laboratorio per insegnare ai bimbi a lavorare impasti di terra cruda, sabbia, acqua e paglia, realizzato a Largo Petino, un'ex fornace in cui ancora oggi si trova un presepe frutto del loro impegno. "Anche i pezzi di terra senza regole possono migliorare -conclude Loiacono-. Servono passione, intelligenza. E la partecipazione della gente". 

TESTO DI GISELLA DESIDERATO

 

 

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