Le storie
Arrampicatori di città
A mani nude e senza imbragatura. Sfidano palazzi ed edifici abbandonati. Complici la notte e una mailing list: sono gli street-boulder.

I palazzi diventano pareti, le grondaie e i cornicioni appigli, e i marciapiedi sit start per la partenza da seduto. Succede a Milano, a Torino e in tutte le città in cui gli occhi e la passione degli Street boulder intravedono picchi e montagne da scalare. Un fenomeno underground, l’arrampicata urbana, che pur nella semiclandestinità dei raduni non autorizzati, richiama ogni anno centinaia di appassionati con il gusto della sfida.
L’idea è nata da due amici milanesi: Andrea Negrelli detto Negher, di professione informatico, e Massimiliano Sacchi detto Max, ingegnere biomeccanico, all’epoca entrambi poco più che trentenni. È il 2003 quando si fa largo l’idea di promuovere l’arrampicata urbana: “C’erano esperienze simili in Francia, a Tolosa ad esempio alcuni climber usavano i palazzi per arrampicare -racconta Negher-. Noi però abbiamo pensato al contest, ovvero al raduno come a una gara”.
Lanci, rimonte, traversi e rovesci, gli Street boulder entrano in azione quando il buio avvolge le case. “Arrampicare per strada è anche un modo di scoprire posti abbandonati. La passione per gli slanci verticali poi fa il resto”, racconta Paolo Bardella, 32 anni, arrampicatore e organizzatore degli appuntamenti. “È importante trovare zone non troppo trafficate ma abbastanza illuminate per riuscire a vedere dove si mettono i piedi -prosegue Paolo-, poi ci sono cose che si imparano strada facendo, come stare alla larga dagli edifici nuovi, che hanno le pareti lisce. Meglio i muri delle vecchie fabbriche: per infilare i piedi, le crepe sono più comode”.
Una manifestazione sportiva, non un’esibizione di fanatici: “È un modo di promuovere l’attività verticale, tutti possono partecipare”, dice Diego La Porta, 32 anni, istruttore d’arrampicata. Il primo Street boulder contest è a Milano, in zona Città Studi. Due anni dopo, 2005, ancora Milano: questa volta lungo i Navigli. “Quando ho conosciuto l’esperienza milanese ho deciso di organizzare una serata anche nella mia città, Torino”, ricorda Diego. Il passaparola poi, ha fatto il resto.
Ascoli, Bari, Genova, Montegiorgio e Amendola nelle Marche, una città dopo l’altra, l’elenco delle località in cui arriva lo Street boulder si allunga. Non ci sono limiti alle iscrizioni. A Bardonecchia, in provincia di Torino, nel 2006 si ritrovano in 35, l’anno successivo, a Milano davanti allo storico  centro sociale Leoncavallo, ci sono più di 370 persone: fra le dita la magnesite per non scivolare, ai piedi solo un paio di scarpette.
Come funziona lo Street boulder? Si sceglie una città, e si inizia con i sopralluoghi. Una volta trovati i palazzi più adatti, gessetto alla mano si segnano i percorsi, i così detti “blocchi”. Ai partecipanti poi viene consegnata una mappa con le segnalazioni degli appigli. Per il resto, per i passaggi obbligati che soli consentono di proseguire la scalata, bisogna affidarsi unicamente a braccia e gambe.
L’allenamento è lo stesso di chi arrampica in palestra o in falesia. I livelli di difficoltà invece, vanno dal terzo-quarto grado al 7c, sperimentato quest’anno a Genova sullo spigolo di un palazzo, 8 metri di vuoto, parete praticamente liscia. E alla fine, ogni edizione ha i suoi vincitori, l’uomo e la donna che sono riusciti a finire il percorso in minor tempo o che sono arrivati più in alto. Ai premi ci pensano gli sponsor, solitamente marchi di attrezzatura tecnica come La Sportiva o Blurr, che mettono a disposizione magliette, materassi e scarpette.
A differenza della città prescelta, che viene segnalata in anticipo sul sito streetbouldercontest.com, il luogo e l’ora del raduno rimangono segreti fino all’ultimo, e provare i blocchi prima dell’incontro è impossibile: “Quando raccogliamo le iscrizioni creiamo una mailing list -spiega ancora Diego-, solo a poche ore dall’inizio facciamo partire il tam tam degli sms e degli inviti via mail”.
Senza corda né imbragatura, sui massi alpini come in città, il bouldering è arrampicata libera: protezioni non ce ne sono, se non un materasso per terra. Chi si imbatte nelle loro performance rimane estasiato. “Capita però che qualcuno ci scambi per ladri o squatter in cerca di palazzi abbandonati da occupare e in quei casi arriva la Polizia con l’invito a sgomberare”, raccontano gli Street boulder.
Nato in sordina, sta diventando un movimento. Alcune amministrazioni comunali hanno intravisto nell’happening di arrampicata una risorsa, per il turismo. Così, chiamati dai sindaci, i climber urbani escono allo scoperto. Come a Cervinia, dove il 25 luglio scorso veterani e neofiti si sono cimentati con l’arrampicata più alta in assoluto, a quota 2mila metri. Sempre di notte, ma nessuno ha gridato al ladro vedendo dei giovani aggrappati al campanile. 

TESTO: Laura Bellomi

Ma 'è ache chi dell'arrampicata "libera" ha fatto un mestiere, se vuoi saperne di più clicca qui.

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