Le storie
La chiamano pandemia
Annunciata come il flagello del XXI secolo, l'influenza suina sembra più mite del previsto. Intando governi e case farmaceutiche preparano il vaccino di massa.

Non succedeva da quarant’anni, dall’epidemia influenzale del 1968 passata alla storia come “la Hong Kong”. Fu la terza pandemia del Novecento, probabilmente la più mite: alla fine si contarono meno di un milione di morti. Meno grave dell’“asiatica” che nel 1957 fece qualcosa come due milioni di vittime e, soprattutto, niente a che vedere con la “spagnola”, la pandemia che a cavallo tra 1918 e 1919 causò la morte di 40-50 milioni di persone in tutto il mondo, almeno secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Uomini e donne fino a quel momento sani si ammalavano gravemente e, in pochi giorni, morivano in maniera orribile tanto che alla “spagnola” fu affibiato anche il funesto soprannome di “febbre dei tre giorni”.
Così, quando lo scorso 11 giugno l’Oms ha proclamato lo stato di “pandemia”, un brivido ha percorso le comunità scientifiche e la gente normale. E i governi sono corsi ai ripari ordinando milioni di dosi di vaccino antipandemico (ancora da produrre e sperimentare) e milioni di antivirali tra cui Tamiflu e Relenza che, sull’onda della fobia collettiva, per alcune settimane, sono andati a ruba nelle farmacie di mezzo mondo.
Una pandemia la si aspettava ormai da anni, soprattutto dopo il caso del virus aviario H5N1 che aveva fatto strage di uccelli selvatici e, nel 1997, era passato direttamente dai volatili, normali incubatori di tutti i virus influenzali, all’uomo, con un salto di specie temuto e inedito.
Le trasformazioni della catena produttiva degli allevamenti destinati alla nostra alimentazione, le condizioni di promiscuità che nei Paesi poveri vedono vivere insieme in condizioni drammatiche allevamenti intensivi di maiali e volatili, la presenza di un virus come l’H5N1 di origine aviaria altamente letale (un ammalato su due muore), un ambiente sotto stress a causa di inquinamenti di ogni genere, paiono le condizioni “propizie” perché si possa verificare un evento di questo genere.
Non a caso, in aprile, il primo focolaio della nuova influenza A/H1N1 si è verificato in Messico nei pressi di Veracruz accanto a un immenso allevamento di maiali di proprietà di una compagnia statunitense. Da lì il virus in poche settimane ha fatto il giro del mondo.
Per fortuna questa influenza, la “suina”, o meglio l’A/H1N1, pur avendo una diffusione davvero globale e mostrando una contagiosità alta, si sta rivelando più mite del temuto. Nonostante questo ora dobbiamo decidere se sottostare alla più grande vaccinazione di massa contro l’influenza della storia umana. Infatti i governi hanno pre-acquistato centinaia di milioni di vaccini e le industrie (sono quattro quelle che contano: Sanofi-Aventis, Novartis, Glaxo e Baxter) lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24. Se la pandemia è grave, con un alto tasso di mortalità, il vaccino può essere in effetti il migliore tra i mezzi protettivi a disposizione. Ma deve essere sicuro ed efficace, e su questo ancora non esistono certezze.
Il vaccino usato in Italia in questi primi mesi (“Focetria”, della Novartis) è stato sperimentato solo su un centinaio di persone, e solo nelle prossime settimane disporremo dei risultati della sperimentazione (la seconda) condotta su un campione di 6mila persone.
Da qui a marzo il governo italiano punta a vaccinare 24 milioni di persone, circa il 40 per cento della popolazione: ha acquistato infatti 24 milioni di dosi da Novartis e altrettante da Sanofi, per una vaccinazione da somministrare con due iniezioni a distanza di tre settimane l’una dall’altra. Le Regioni nel frattempo si sono organizzate in ordine sparso: in qualcuna a vaccinare sono i medici di base e i pediatri, in altre le Asl, in altre ancora entrambi. Vedremo.
Giorgio Cosmacini, storico della medicina, una volta ha detto che “le epidemie sono eventi importanti dal punto di vista economico, sociale, biologico, ma anche sotto il profilo psicologico, della mentalità collettiva e della paura individuale”. A questo forse bisognerebbe porre più attenzione: l’epidemia non si vince con comportamenti individuali (“io mi vaccino, quel che succede intorno non mi riguarda”) ma con un’efficiente organizzazione sanitaria e sociale. L’epidemia è una “prova della verità”, rivela i punti in cui siamo più vulnerabili, le nostre paure ma anche le nostre contraddizioni: per questo bisognerebbe considerare questi mesi come una grande esercitazione. Soprattutto per le epidemie che verranno.  

TESTO DI Miriam Giovanzana

Se vuoi leggere l'incipit dei capitoli di "Nuova influenza", il libro di Collettivo Watchdog edito da Terre di mezzo, clicca qui

Se vuoi leggere l'intervista a Miriam Giovanzana pubblicata su "L'Espresso", clicca qui

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