Milano, ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini. Massimo Cirri (qui accanto nella foto di Raffaela Lepanto), con Filippo Solibello voce di “Caterpillar” (in onda da 12 anni su Radio2) si presenta con il casco in testa e la camicia a chiazze. “Temporale imprevisto”, si scusa mentre tenta invano di farsi aprire la porta del Bar Jodok. Niente da fare: rimedia con una telefonata. Ed eccoci seduti su confortevoli poltroncine anni Settanta, in uno studio dell’ex manicomio. È perfettamente a suo agio, persino con un asciugamano sulla spalla, che utilizzerà “senza ritegno” nell’ora successiva.
Rilassato come a casa. Com’è possibile?
Fuori dal recinto di questo ospedale ho trascorso 12 anni. Lavoravo come psicologo in una comunità qui vicino, prima di trasferirmi al Centro di salute mentale del quartiere Gallaratese (periferia Nord).
Hai un secondo lavoro?
Direi di sì -sorride, per l’imbarazzo-. Ormai da 26 anni la mattina mi occupo di salute mentale, e il pomeriggio parlo in radio. Quindici minuti in motoretta e cambio abito. Non ho nemmeno il tempo di bucare.
(sprofonda nella poltroncina).
Soffri per caso di schizofrenia?
Sono più che altro un privilegiato: faccio due lavori garantiti e mi godo la mia identità molteplice. È finita l’epoca in cui per dire chi eri, bastava rispondere “sono un ragioniere” ed era la sintesi della tua vita.
Generazione di mezzo: al mattino sei ascolto e al pomeriggio voce. Come lo spieghi ai tuoi figli (14 e 11 anni): ti avranno pur chiesto che lavoro fai.
Tu diresti che fai la presentatrice?
Niente radio in casa, allora?
Mi hanno ascoltato. Poi con altrettanta lucidità, e la stronzaggine dei preadolescenti, mi hanno liquidato: babbo, ti pagano per dire “cazzate”? La stessa cosa che mi chiedeva mia madre.
Con i tuoi pazienti che rapporto hai? Immagino buono, visto che sei riuscito persino a scriverci un libro, “A colloquio. Tutte le mattine al centro di salute mentale” (Feltrinelli editore).
Mi salva la mia toscana cialtronaggine, e una visione tangente della realtà. Le storie che racconto sono un po’ vere e un po’ mischiate. Scatto delle foto dell’umanità fortunatamente varia che incontro. Una sorta di letteratura sociale, alla faccia delle Noemi di turno.
In che senso?
Le persone sedute nella sala d’aspetto del centro sono persone reali. Arrivano da situazioni di miseria e sofferenza, ma ci sono anche impiegati e professionisti che chiedono un sostegno.
Hai sempre lavorato nel servizio pubblico. Perché, più garanzie?
Per militanza, e per fiducia nel servizio sanitario nazionale dove le persone si curano al di fuori della schiavitù del denaro. Come in biblioteca: chiedi a una persona cortese un libro e non devi pagare -silenzio-. Va beh, da noi c’è un piccolo ticket.
Se ti dico 180, che cosa rispondi?
“Occorre gestire il disordine, più che portare l’ordine”, dice il questore di Milano. Due concetti di moda in questi tempi, ma che hanno poco a che fare con la sofferenza mentale. Chi ha un disagio è un cittadino come gli altri. A noi sembra una banalità, ma la legge 180 nel 1978 ridava ai “matti” la loro dignità.
Nel 1904 si diceva “pericoloso a sé e agli altri”, nel ’78 vennero cancellate “le liste degli internati” dalle questura. Dobbiamo aspettarci un pacchetto sicurezza anti-matti?
A Milano ci hanno provato. Dopo un fatto di cronaca nera, il vicesindaco De Corato aveva proposto un tavolo sulla pericolosità sociale delle persone con disagio mentale, ma gli operatori del settore e la Cgil si sono opposti.
Forse perché “da vicino nessuno è normale”?
La sofferenza mentale può cogliere tutti, compresa la zia, magari sotto forma di depressione.
Un mistero doloroso, giusto?
Lo definirei così, con un’espressione usata da Adriano Sofri quando gli chiedevano perché Leonardo Marino lo accusasse ingiustamente dell’omicidio Calabresi.
Qual è il tuo mistero doloroso?
A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita con una mamma un po’ meno presente. Ma è andata così.
In radio parli spesso di te. Terapia?
Più che altro, strategia comunicativa: la radio ti consente di raccontarti, camuffando la quotidianità. Ho un carattere un po’ chiusino, e trovo così il modo di esprimermi.
E di coinvolgere le persone.
Come nelle puntate di “auto aiuto” per genitori vittime dei saggi di fine anno. Alle 13 sono alla scuola di musica, poi a vedere Karate e alle 18 al balletto della figlia minore: peccato abbia tre anni! -sguardo incredulo-. Ci arriverai (ride).
Con “Mi illumino di meno” invece (il 13 febbraio) fate spegnere la luce a milioni di persone.
Il nostro modello è la rivista Cuore: sotto la falsità della satira, fai comunicazione sociale. Senza pietismi. Potenza del linguaggio.
Qual è la frase che non vorresti sentirti dire?
Non vorrei mai finire crocifisso dalla dinamica “noi” e “loro”, come accadeva tra i supposti sani e i supposti malati. L’unica cura possibile di fronte ai muri (linguistici e mentali) è la relazione. Quando ti senti tagliato fuori dal flusso della vita, non riesci a stare bene.
Che cosa rispondi a quel “loro”?
Come dicono in Toscana, loro sarà tua sorella.
COPYRIGHT: Terre di mezzo-street magazine n.006, ottobre 2009
TESTO: Elena Parasiliti
FOTO: Raffaella Lepanto










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