“Sono una trentina gli esami prenatali che si possono effettuare prima di rimanere incinta e almeno il doppio quelli durante la gravidanza, signorina. Non si è informata?”. Così mi ha accolto il primo ginecologo che ho incontrato dopo 15 giorni dal test di gravidanza. Panico: come ho potuto essere così incosciente, mi dicevo, da ignorare il rigoroso iterclinico per aver un fi glio sano?
Le sensazioni negative però sono durate poco. Ho cambiato Asl e trovato un medico (donna, sarà un caso) in grado di ridarmi fi ducia: “Stia tranquilla, il parto è una cosa naturale”. “Gli esami clinici servono, ma non sono la condizione necessaria, né talvolta sufficiente, per garantire la salute del bambino –spiega Nadia Morello, ostetrica della Casa della maternità “La via lattea” di Milano-. Ma quest’approccio è poco diffuso”. La prassi è investire le donne in dolce attesa con liste infi nite di test, tanto da far sembrare la gravidanza una malattia.
L’Associazione nazionale culturale ostetriche parto a domicilio e casa maternità (www.nascereacasa.it), di cui La via lattea fa parte, è nata con un’altra idea. “La medicalizzazione eccessiva rovina uno dei momenti più intensi della vita -continua la Morello- ed è dannosa anche per il feto”. I soci sono centri di maternità o ostetriche in libera professione che da quasi trent’anni, dal 1981, offrono in tutt’Italia un’alternativa al parto in ospedale, e un percorso prima e dopo la nascita in grado di rimettere al centro la donna.
“Ad assistere le nascite normali basta l’ostetrica –precisa la Morello-. Le donne che hanno gravidanze fisiologiche, giunte al termine con il feto in posizione cefalica, possono partorire tra le mura domestiche. L’ospedale resti per chi ha gravidanze problematiche, parti difficili, bimbi prematuri o con qualche malattia”. La loro scuola ha convinto le mamme: oggi lo 0,5 per cento sceglie il parto in casa, nonostante costi fino a 3mila euro (solo Piemonte, Emilia Romagna, Marche e Trentino Alto Adige prevedono che sia a carico del Servizio sanitario nazionale, ma non lo garantiscono a tutti e il rimborso non copre il 100 per cento delle spese).
Ogni casa è adatta, purché non sia troppo distante dall’ospedale, in caso di complicazioni. O si può scegliere una delle “Case di maternità” dell’associazione (l’elenco è sul sito). Quella fondata nel 2003 in via Morgantini 14 a Milano, da Nadia Morello e l’educatrice Lidia Magistrati, è simile a un appartamento tradizionale: camera da letto, cucina, bagno e due stanze piene di cuscini e tappeti colorati. L’unica differenza è la vasca gialla di fianco al lettone, per il parto in acqua. “Garantiamo la presenza di due ostetriche, sempre le stesse, dall’inizio del travaglio alla nascita.
“Niente a che vedere con i turni dell’ospedale” racconta la fondatrice. Entro due ore dal parto la mamma viene visitata da un neonatologo: se tutto è andato come previsto dopo 12 ore può tornare a casa. Bandita l’anestesia epidurale o l’epistomia (un taglio artificiale che agevola l’uscita del feto), avviene tutto in maniera naturale. Il padre può assistere, aiutare la mamma e occuparsi del neonato. Il pregiudizio che il parto in casa sia pericoloso tuttavia mi resta. “Ogni anno seguiamo 30 nascite a domicilio o nella nostra struttura -racconta la Morello-. In uno o due casi su 10, siamo costrette a portare la mamma in ospedale, ma solo per travagli troppo lunghi o su richiesta della stessa. I casi di complicazioni sono davvero rari”. Fa una pausa e sorride. “Mettere al mondo un figlio è un rischio -conclude-. Il nostro lavoro è tirare fuori la mamma, non solo il bambino”.
TESTO: Eleonora De Bernardi
FOTO: Enza Tamborra










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