Saye aveva 45 anni e da 3 anni viveva a Bergamo. Veniva dal Burkina Faso e, come tanti uomini d’Africa, voleva provare ad avere un’altra vita, con un lavoro, una casa, la sua famiglia unita attorno a lui. Poi il destino si è messo di traverso e lo ha beffato con quella malattia dal nome ancora tanto impronunciabile: cancro. E allora Saye (il nome è di fantasia, ma la storia è reale, ndr) ha iniziato la trafila di visite mediche, operazioni, terapie. Ma il suo male era di quelli che non guariscono.
Per quelli come lui ci sono delle “case” dal nome inglese, che non sono dei veri e propri ospedali, ma luoghi in cui il malato che sta vivendo l’ultimo tratto della sua esistenza e la sua famiglia possono trovare tutto il sostegno non solo medico, ma anche psicologico, sociale e spirituale: gli hospice, ideati a metà degli anni ’60 dalla dottoressa inglese Cicely Saunders. La Saunders rivoluzionò questo tipo di medicina ascoltando prima di tutto i pazienti, grazie ai quali capì che la morfina non andava somministrata al bisogno ma ciclicamente nell’arco della giornata, e aprì la prima struttura a Sydenham, in un sobborgo di Londra: il St Christopher hospice, ancora oggi punto di riferimento mondiale.
Saye viene ricoverato nell’hospice della casa di cura Domus salutis di Brescia, il primo nato in Italia, aperto 22 anni fa dalle suore della congregazione delle Ancelle della Carità. È accolto e curato con tutte le attenzioni, però quest’uomo ha un ultimo desiderio: tornare nella sua terra, morire lì. Viene organizzato il trasporto, ma c’è un problema: la compagnia aerea vuole un medico a bordo, altrimenti non si parte. La prima volta va male, la seconda “mi sono resa disponibile ad andare e venire dall’Africa in 24 ore per accompagnarlo -racconta Giusy Stevanin, uno dei medici dell’hospice-. Arrivati in Africa abbiamo fatto un viaggio su un camioncino con i suoi parenti, altri 200 km per raggiungere il villaggio.
"Tutta la comunità lo aspettava, ha vissuto ancora qualche mese e poi è morto”. Storie come quelle di Saye non sono insolite nel nostro Paese: in una città a forte presenza migratoria come Brescia (31mila stranieri su circa 191mila abitanti) i casi sono circa 70 all’anno, considerando solo gli stranieri regolari. Ci sono quelli che, giovani, si ammalano all’improvviso, ma anche quelli che in Italia arrivano per ricongiungersi alla famiglia non solo per una questione affettiva, ma anche per necessità di cura. Di questi, una decina arrivano all’hospice delle Suore Ancelle. Il primo, negli anni ‘90, fu un pakistano per cui fu organizzato un viaggio di rientro simile a quello di Saye.
Anche nell’hospice della Domus salutis è valido il principio di Cicely Saunders: rispetto di tutti, da qualsiasi luogo provengano e di qualsiasi confessione religiosa siano.“Gli operatori di cure palliative –spiega il direttore, Giovanni Zaninetta– sono formati per rapportarsi in maniera diretta con il malato. Sono consapevoli della diversità e l’accettano: anche quando dovessero esprimere perplessità rispetto a scelte discordanti con le nostre abitudini occidentali, sono abituati a non giudicarle mai”.
Un atteggiamento che sembra essere reciproco, in quei casi in cui la distanza di visione è prima di tutto religiosa: “Nell’hospice c’è una stanza in cui gli islamici, secondo il proprio rito, possono lavare la salma. Rispettiamo le necessità di preghiera: sono lontani dalla loro casa e per questo bisogna farli sentire ancora più accolti”, precisa la caposala suor Rosetta Cappelli. E aggiunge: “Non c’è mai stata la richiesta di togliere il crocefisso”. Ma quali sono i riti di fine vita per gli islamici? “Il morente deve essere aiutato a mantenere un minimo di serenità spirituale anche quando il corpo è martoriato -spiega Dariush Atighetchi, docente di Bioetica islamica alla facoltà teologica di Lugano e autore del volume “Islam e bioetica” (Armando editore)-. È auspicabile orientare il suo viso verso la Mecca, esortandolo a pronunciare la Shahada o ‘professione di fede’. L’imam, pur non obbligato, può presenziare alla morte del fedele e ne officia il seppellimento”.
TESTO:Francesca Lozito
Specialisti Low Cost
Visite mediche a prezzi accessibili, ma anche possibilità di dare ascolto ai bisogni dei malati. Con un approccio multiculturale. Si presenta così il Centro medico sant’Agostino, un poliambulatorio aperto a Milano da marzo (www.cmsantambrogio.it). Una struttura privata, non convenzionata, promossa da “Oltre venture”, una società di venture capital sociale sostenuta anche dalla Fondazione Crt di Torino, che ha investito capitale di rischio per finanziare l’avvio dell’attività. Perché questa idea? Luciano Balbo, presidente di Oltre venture, spiega che “il Centro si colloca nella sua ispirazione molto vicino al settore pubblico, perché vuole operare per i cittadini. Questo, anche attraverso la possibilità di rendere più accessibili servizi che lo sono generalmente poco, come quelli odontoiatrici”.
Ma non c’è solo l’economicità nella proposta: “L’idea di fondo -riprende Balbo- è lavorare in rete con realtà già esistenti, primi fra tutti i medici di famiglia”. Psicoterapia, ginecologia, cardiologia, nutrizione, sono alcune delle specializzazioni del centro: a queste si può accedere anche acquistandole in “pacchetto”, risparmiando sia tempo che denaro. E poi c’è un servizio gratuito di orientamento sulle offerte socio sanitarie della città e sui servizi pubblici e privati, come, ad esempio, i documenti per ottenere l’invalidità. “È chiaro che, essendo aperti da poco, non ci sono liste di attesa –riprende Balbo-, ma vogliamo continuare a mantenere questa tendenza”.
Per ristrutturare e allestire ll’ex fabbrica in cui oggi sorge il Centro medico sant’Agostino è stato investito un milione e mezzo di euro, che Oltre venture conta di recuperare nel giro di due anni con un movimento di 50 prestazioni algiorno: gli eventuali utili saranno investiti per migliorare il servizio o per creare nuovi centri in altre zone di Milano o in altre parti d’Italia. “Il modello a cui ci ispiriamo -riprende il presidente- sono le Case della salute (un’idea proposta nel 2006 dall’ex ministro della Salute, Livia Turco, per delocalizzare sul territorio alcune prestazioni mediche, ndr)”.
Qui al sant’Agostino viene data attenzione anche ai migranti. “Le donne straniere hanno bisogno di essere ascoltate e accompagnate nella cura -dice Letizia Parolari, ginecologa-, una sfida affascinante anche dal punto di vista culturale”.











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