È andata così: un giorno mi sono svegliato e ho percorso Milano con gli occhi bassi, alla ricerca di fogli perduti, di quelli che oltreoceano chiamano found. Ho cominciato da Nord, i dintorni di piazzale Loreto. In un bar gestito da algerini, il primo found della giornata mi aspettava al tavolo dove mi sono seduto. Niente più che il retro di uno scontrino con l’indicazione di un indirizzo: via Vittor Pisani 15. Le lettere scritte in stampatello, male, come da chi non è abituato a trattare con la nostra lingua. Una traccia di inchiostro sbavato sul fondo.
Ho preso il metró e sono sceso in Centrale. Dalla stazione ho camminato fino al 15 di via Pisani. C’era l’insegna di un’agenzia interinale. Luce sporca e nuvole incombenti sopra la via. Ho guardato a terra sul marciapiede e attorno al portico, ma lo spazio sembrava deserto. Quasi astratto. Poco più avanti invece ho trovato un frammento di block notes a righe, con mezzo fiore disegnato in basso a destra: “Grazie ancora! Vale”.
Stavolta la grafia era in penna rossa, il corsivo tondo di una ragazza sui quindici, sedici, Invicta sulle spalle e capelli crespi. Potevo vederla. Perfettamente. Ho lasciato cadere il foglio. Naturalmente era assurdo pensare a un percorso, o anche solo a una somma di coincidenze, ma l’idea si stava facendo strada nella mia testa: è possibile ritagliarsi una via nella città attraverso questo. Ciò che si dimentica. Sono sceso verso il centro, tagliando per via Parini e di lì corso di Porta Nuova. Di fronte a un palazzo, schiacciato dal passaggio dei pneumatici, una ricevuta coperta di timbri: evidentemente uno scherzo o qualcosa di simile, dato che persino le cifre erano illeggibili.
Solo un nome a destra: “Cappelli Roberto”. I timbri erano tondi e quadrati e sovrapponendosi creavano una specie di disegno inconscio. Da quel momento ho cominciato a guardare lungo i davanzali dei piani terra, ai limiti dei parcheggi, persino sui bordi dei cassonetti. I found si chiamavano a vicenda. Sul bancone di un tabaccaio, una cartolina iniziata e abbandonata, due righe tirate sopra un “Hi dear, ciao cara”. Appena in tempo, prima che il gestore la buttasse nel cestino. E ancora: un pacchetto di sigarette con una spilla rotta di Playboy infilata dentro; una gomma Staedtler con tre faccine disegnate a penna; mezzo foglio di quaderno coperto di equazioni, la grafia breve e liquida da studente universitario.
Da Brera sono sceso fino al Castello. Su un tram ho trovato il dépliant di una mostra con alcuni orari sottolineati e un numero di telefono. Uno scarabocchio nell’angolo, inchiostro di stilografica. Tutto lascia una traccia, in un luogo come la città. Tutto è amplificato. A questo punto era facile pensare che il dépliant apparteneva a un ex yuppie ora ingrigito ma sempre sul pezzo, e che la spilla era il ricordo abbandonato di una vecchia ragazza finito in un pacchetto vuoto di Camel: e che la cartolina con il Duomo sopra poteva essere il pensiero abortito di una turista inglese.
Era questa la cosa più bella dei found. L’impossibilità di risalire ai loro proprietari. Al posto della certezza veniva lasciato un margine di possibilità infinite: ero libero di immaginarli in cento modi diversi, e proprio questo li rendeva affascinanti. Ognuno era un filo spezzato, ognuno era degno di una storia. Ho trovato il mio found preferito sulla sedia di un bistrò di Foro Bonaparte: un plettro Fender arancione con le iniziali A. S. e un minuscolo teschio disegnato sotto. Di chi poteva essere? Di un metallaro in età da liceo? Di un musicista americano? Di chiunque? Ho rigirato il plettro fra le dita e l’ho messo in tasca.
Poi sono uscito e ho ripreso a camminare. Più avanzavo, più pensavo quello doveva essere il modo migliore per conoscere Milano. Una città che non invita ad alzare lo sguardo, che allontana le persone invece di unirle: quale luogo più adatto a essere raccontato attraverso cose smarrite? E allora raccogliendo tessere e appunti e biglietti da visita calpestati, o lasciati sui tavoli sporchi dei bar, o infilati per caso in una rastrelliera di cartoline, ho percorso quella che era la mia terza città, dopo la città degli oggetti e delle persone. Il paese delle parole abbandonate. La metropoli che commentava se stessa, pronta a essere colta e salvata dall’oblio.
Found la rivista da marciapiede
L’ispirazione per questo brano non è farina del mio sacco. Viene da una rivista americana, Found (foundmagazine.com), i cui contenuti sono foglietti abbandonati e ritrovati nel magma metropolitano. Vengono presi, scannerizzati e pubblicati direttamente sul sito o sull’edizione cartacea. Lettere d’amore perdute, cartoline, compiti delle vacanze, poesiole, ricevute, scontrini con appunti, “anything that gives a glimpse into someone else’s life” (tutto ciò che ci fa entrare nella vita degli altri).
In un’epoca dove il privato coincide sempre di più con il pubblico (non volevo citare Facebook: l’ho appena fatto!), l’intuizione di Found ha un sapore tutto particolare. Oltre a questo, è anche un modo diverso per capire la nostra esperienza metropolitana, per sondarne i limiti. Il motto dei redattori, fra l’altro, è “Anything goes”: qualsiasi cosa va bene. Sì, perché qualunque forma di found è valida per testimoniare, a suo modo, che la città è qualcosa di vivo e vegeto. Che anche
nei suoi particolari più remoti e perduti emana delle pulsazioni.
L’idea è di Davy Rothbart e amici, che spiegano di essere arrivati a questa rivista una notte d’inverno a Chicago. Una sera, uscendo dall’auto, Davy trovò per strada il biglietto di una ragazza indirizzato a un certo Mario. Rimase colpito dal mix di odio, rabbia e speranza che quelle semplici parole -una manciata di righe, poco piùcontenevano. Dopo averlo mostrato ad alcuni amici, si rese conto che non era il solo a restare affascinato dalle note perse per strada. Nella sua banalità, era qualcosa di davvero significativo. Tu smarrisci un pezzo della tua vita, e qualcun altro lo ritrova e ci costruisce tutta una serie di ipotesi attorno. Non è così che nascono le grandi storie? E proprio così, nel 2001, nacque il primo numero di Found.
TESTO: Giorgio Fontana
Giorgio Fontana, ventottenne di Saronno (Va), ha pubblicato i romanzi "Buoni propositi per l'anno nuovo" (Mondadori) e "Novalis" (Marsilio), e il reportage "Babele 56. Otto fermate nella città che cambia" (Terre di Mezzo). Condirettore del pamplhet letterario "Eleanor Rigby".











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