“Bryan, perché non mi hai chiamato?”. “Scusa Bogdan, ma ho finito i soldi nel cellulare”. Bryan, diciottenne ecuadoriano, è una giovane promessa della nazionale, ma non ha credito sul telefonino. Mercoledì sera di metà luglio: Bogdan ha appena parcheggiato il suo furgone davanti alla stazione di Milano Lambrate, giusto di fronte a una pizzeria take away frequentatissima da stranieri. Tre di loro, due romeni e un guineano, si distinguono da tutti gli altri, hanno una sacca sulle spalle e una luce negli occhi. E stanno aspettando proprio lui. “Bravi, stasera siete puntuali. Fra cinque minuti si parte”.
Le regole sono importanti per Bogdan Kwappik, polacco di nascita ma italianissimo per la passione che mette nell’allenare la nazionale di calcio dei senza dimora. Un allenatore caparbio, in grado di far vincere ai suoi ragazzi per ben due volte (nel 2004 e nel 2005) la “Homeless world cup”, il trofeo mondiale di street soccer per chi non ha una casa, un lavoro, una prospettiva di vita. Una grande manifestazione di sport e solidarietà, che quest’anno arriva per la prima volta in Italia, a Milano, dal 6 al 13 settembre. Una grande opportunità, con 500 giocatori senza dimora di 48 nazioni a contendersi il trofeo. Tra loro ci sono anche i ragazzi della “Nuova multietnica”: una trentina, tra i 18 e i 45 anni e storie tra le più diverse. Profughi curdi, rifugiati africani, nomadi dei campi rom, sudamericani strappati alle baby gang, con tanto di “quota rosa”.
Il mercoledì sera Bogdan passa a prenderli per gli allenamenti. “Sono anni che stiamo facendo una fatica pazzesca -confessa Bogdan al volante-: l’anno scorso abbiamo pagato 800 euro per affittare il campo dove allenarci e 17mila euro di biglietti aerei per andare a Melbourne (dove si giocava l’edizione 2008 della Coppa, ndr). Il denaro ci arriva con donazioni occasionali. Ci hanno concesso di allenarci all’Idroscalo soltanto un mese e mezzo fa. E anche questo furgone, alla fine del mondiale, dovremo restituirlo”. Bogdan è quasi sconsolato: bussa a tutte le porte che può per chiedere aiuto per la sua squadra, ma sono in pochi a dargli retta.
Eppure ai sacrifici c’è abituato: pacifista convinto, nei primi anni ’90 arriva in Italia per evitare il servizio militare. Raccoglie pomodori, lavora come operaio e nel 1999 si trova a vivere nel campo di via Barzaghi a Milano, insieme a rom e migranti di diverse nazionalità. Ed è proprio qui ad accorgersi che il calcio può essere il mezzo giusto per dialogare con le istituzioni: mette in piedi una squadra e organizza le prime partite, di cui una contro il Consiglio comunale. Nasce così la squadra “Multietnica” che nel 2003, su proposta del nostro giornale, vola in Austria per partecipare alla prima edizione della “Homeless world cup”, finendo al quinto posto, per poi laurearsi due volte campione nei tornei successivi. Dopo un digiuno di 4 anni, oggi Bogdan ha voglia di riscatto per i suoi ragazzi. “Mi sto battendo perché ottengano un lavoro e perché la manifestazione lasci un’eredità alla città -ammette-: vorrei che ci concedessero un centro sportivo per trasformarlo nel primo campo di street soccer di Milano, una struttura gratuita e aperta a tutti quelli che non possono permettersi di pagare per fare sport”.
Immigrati, quindi, ma anche italiani come Angelo, ex militare di professione e un passato da restauratore, che a 45 anni sta rimettendo in piedi la sua vita grazie al Ceas, centro di solidarietà della diocesi di Milano, che lo ha aiutato a disintossicarsi dall’alcol e dove vive tuttora, mettendo a disposizione le sue abilità. “So anche cucinare bene -dice-, ogni giorno faccio da mangiare per 15-20 persone”. Ora, con la sua partecipazione all’avventura mondiale, cerca una rivincita ancora più grande. Magari come quella di Miguel, 32 anni, che ha partecipato all’edizione 2006 a Città del Capo con la nazionale cilena: dopo 8 anni sui marciapiedi di Santiago, ha ottenuto un lavoro e una casa in affitto, si è sposato e sta per diventare papà. Un miracolo costruito da una grande passione, la stessa di questi ragazzi che stillano sudore sul campetto dell’Idroscalo, sognando di alzare la Coppa.
TESTO: Andrea Rottini
In questo gioco la squadra è tutto
Passate quella palla! Non fate tutto da soli: passate, passate!”. Bogdan si sgola. La pressione dell’umidità e le punture delle zanzare dell’Idroscalo, le più cattive di Milano, non affievoliscono la carica dell’allenatore della nazionale di “Homeless world cup”.
Quello che Bogdan insegna ai suoi giocatori è un calcio particolare, con caratteristiche che lo distinguono dallo stesso street soccer: un campo quasi quadrato (22 metri per 16) dove si gioca un calcio velocissimo e molto divertente, con squadre da 4 persone, tiri in porta da fuori area, cambi in corsa e partite da due tempi di sette minuti ciascuno.
“In questo gioco la squadra è tutto: si attacca in tre e si difende in due -spiega Bogdan ai suoi-. Non c’è un ruolo unico, tutti siete attaccanti, difensori e centrocampisti”. Il solo a mantenere la posizione è il portiere, che deve difendere una porta bassa e lunga (1,30 metri per 4) ed è l’unico giocatore ammesso in area di rigore. Gli altri, infatti, devono difendere e tirare da fuori. “E non dimenticatevi le sponde!”, si raccomanda Bogdan.
Le sponde sono una caratteristica peculiare di questo sport: alte 1,10 metri, delimitano tutto il campo facendolo diventare una sorta di “gabbia”. In questo modo viene eliminata la rimessa laterale con le mani: se la palla rimbalza contro le sponde il gioco non si interrompe. Potete trovare interviste e video degli allenamenti sul canale Youtube della Homeless world cup: youtube.com/user/HomelessWorldCup.










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