C'è, non si vede, ma si sente. Soprattutto il venerdì, quando centinaia di persone debordano sui marciapiedi e sulla carreggiata per la rituale preghiera. È il Centro islamico di viale Jenner, di cui si è detto di tutto: rifugio per “cellule dormienti”, base d'addestramento per terroristi, luogo di predicazione jihadista. Le inchieste hanno confermato in parte, sparando però nel mucchio. In un quartiere dove il tasso d’immigrazione è tra i più alti di Milano (in zona 9, i residenti stranieri sono un decimo dell’intera popolazione), dove le edicole vendono quotidiani arabi, albanesi, bulgari e rumeni, e tutto ruota attorno al centro islamico, a guardar bene, la storia è più complicata. Filly Vian, l’edicolante di piazza Nigra, osserva: “Mentre gli africani riescono a integrarsi più facilmente, gli altri (asiatici ed esteuropei) hanno maggiori difficoltà”. Le differenze culturali si sentono. “Hanno una concezione della donna che è meno di niente” spiega la Vian. Bocche cucite nei negozi degli italiani: “No comment”, al massimo “Non siamo autorizzati a rispondere”.
Il commissario Ruggero Riefolo interpreta i malumori: “I commercianti di viale Jenner? Sono arrabbiatissimi. Il venerdì non si riesce nemmeno a passare in macchina. Ma questo è un problema politico. Bisognerebbe costruire una nuova moschea”. Alla Polizia spiegano che il reato più comune è la vendita abusiva, seguito da ubriachezza molesta e guida in stato d’ebrezza. Droga? “Sì, arrestiamo qualcuno per detenzione, ma facciamo fatica a incriminarli per spaccio”. In totale nel corso del 2005, la polizia ha controllato 791 stranieri, ne hanno accompagnati 112 in Questura. I problemi maggiori sono quelli che non si vedono, e nemmeno si quantificano, nascosti all’ombra dei grandi edifici semi-abbandonati che si affacciano su viale Jenner e via Guerzoni. Sikder Kaiorem, vive in uno di questi. Viene dal Bangladesh ed è a Milano da poco più di sei mesi. Vive con altri cinque suoi connazionali in una stanza e mangia panini. Se gli chiedi cosa vuole per il futuro, risponde che il problema è il lavoro. Sikder per ora ha trovato solo impieghi temporanei e i soldi bastano a malapena per sfamarsi. Tiari Abdekkammane, è marocchino: è in Italia da 17 anni e, prima che la polizia la sgomberasse, viveva in una casa abbandonata di via Guerzoni, l'ex Sieroterapico. Ora, sta al centro islamico, ma solo per una settimana: dalla prossima inizierà a cercare un posto in uno dei centri d’accoglienza della zona. Gli italiani? “Il 70 per cento non ci vuole, hanno paura, non salutano nemmeno” spiega. Per qualcuno è tutta colpa del sistema. “In Francia si sta meglio: lì c’è lo Stato sociale, ti danno una casa e un lavoro. Qui lo Stato non ci aiuta” sostiene Nedder Naçer, algerino che di lavoro fa il mediatore culturale. E non c’entra niente il fatto che in Francia le periferie siano messe a ferro e fuoco da chi, evidentemente, non si accontenta di quello che offre lo stato sociale perché “quelli sono cittadini francesi”.
Tutta un’altra storia raccontano gli immigrati integrati: quelli che hanno casa, famiglia e lavoro. “È un paese bellissimo -sostiene Elsayed Shahin, egiziano, in Italia da cinque anni, che ora vende giornali per strada-. C’è una cultura più simile alla nostra. Oltretutto, rispetto alle città di provincia, a Milano con l’autobus arrivi dappertutto”. Alcuni sono talmente inseriti che sugli stranieri la pensano come una sciura qualsiasi. “Se ci comportiamo bene, va tutto bene se no…” dice Karin Mohammed, proprietario della macelleria "El mulk Lillah". Secondo Mohammed, c’è gente e gente. “Come in una mano ci sono le dita lunghe e quelle corte, così ci sono gli italiani che passano e non si fermano, perché vedono che è una macelleria islamica, e quelli che entrano e comprano”.
Daniela Verlicchi











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