Quando non cuce cadaveri di notte, Gloria Gavana legge storie di naufraghi e riviste di cinema sul divano di casa. Con l’abitudine ha imparato a muoversi nella sala anatomica dell’Istituto di Medicina legale di Milano come se fosse in salotto. Da vicino emana un fascino intenso, quello di una persona attraente che sa di poter dire cose sconvolgenti. Ora per esempio sorride e si rigira tra le mani un vasetto di vetro che ha preso dallo scaffale: “Lo guardi, non fa impressione, è solo un cuore: infartuato con ogni probabilità”. La luce dei neon illumina una forma appena riconoscibile immersa in un liquido trasparente. Poi Gloria riavvita il coperchio, rimette il vasetto a posto e con delicatezza si sistema i capelli, incurante della catasta di bidoni pieni di formaldeide e dei cadaveri che alle sue spalle attendono sui banchi d’acciaio di essere sezionati.
È un pezzo che Gloria lavora come tecnico di sala anatomica, un mestiere che poche donne in Italia hanno scelto. Sul suo tavolo autoptico arrivano i morti ammazzati, gli incidentati, i suicidi che Milano ogni giorno si lascia alle spalle: nell’ultimo anno 600 corpi, tutti decessi per cui l’autorità giudiziaria ha chiesto accertamenti. Nei sotterranei dell’Università Statale ha fatto più straordinari che ore lavoro regolari: le emergenze demoliscono gli orari. Come il giorno della strage di Linate, il 9 ottobre 2001, quando nello scontro tra un Cessna e un volo di linea della Sas morirono 118 passeggeri, contemporaneamente. A Gloria Gavana toccarono 118 autopsie, l’urgenza di dare ai corpi carbonizzati un’identità: “Avevo davanti brandelli di quelle persone. Su un tavolo tenevo un album con le loro foto da vivi, nei loro momenti felici. Un tale senso di disperazione…”. Al termine di quelle giornate terribili fatte di 18 ore lavorative, oppressa dallo stress morale e fisico, chiese solo di poter respirare per un po’, fuori dall’obitorio, lontano da un mestiere che la stava lacerando dentro. È stato l’unico dubbio in otto anni di professione. Poi, come era venuto, quel dubbio se ne è andato. “Perché -dice- se faccio questo mestiere in fondo è per vigliaccheria. Ma non so se mi va di parlarne. Dopo il diploma da infermiera ho avuto un figlio, poi il mio compagno è finito in coma per un’emorragia cerebrale. È stato allora che ho lasciato il ruolo di ferrista che avevo in ospedale e sono venuta via. Ho riflettuto a lungo su questa fuga: da infermiera il mio conpito era di assistere e mantenere in vita i pazienti, qui invece il danno era già fatto”. Aprire i morti per non curare i vivi, ecco il ragionamento.
Oggi Gloria è in ferie, ma è comunque venuta alla morgue per un giro di controllo. Il suo legame con i morti, fisico e psicologico, nasce da un affetto sotterraneo che ha qualcosa a che fare con la nostalgia. “Avevo 13 anni quando morì mia nonna -ricorda-. Nessuno se la sentiva di lavarla. Io presi un catino e lo feci senza problemi. Fu il mio primo contatto con un cadavere. Da allora non ho più smesso. Qui il mio compito è di dare il contributo minimo perché il morto abbia una degna sepoltura. Non ho contatti con i parenti: sono sola, come dire, non c’è nessuno che possa apprezzare. Il fatto è che sono affascinata dalla meravigliosa perfezione della natura umana. Anche se un morto è un morto: non penso mai a cosa faceva da vivo, a come ha passato i suoi ultimi attimi. È una regola che mi sono data: rischierei di impazzire. Quando mi capita di trovare una foto nella tasca dei pantaloni o un ricordo qualsiasi è sempre uno choc”.
Il lavoro in sala anatomica è un esercizio continuo di riflessione sul senso della vita, perché la morte degli altri fa inevitabilmente pensare anche alla propria. Sono collegamenti automatici, spesso sgradevoli, che aprono impercettibili crepe. Come per esempio l’autopsia effettuata sul corpo di un tredicenne morto impiccato: “Quel ragazzo aveva la stessa età di mio figlio -ricorda Gloria-, aveva deciso di farla finita dopo il rimprovero dei genitori, un dramma. So che domani potrei essere su uno di questi tavoli, così cerco di vivere bene il presente, e comunque mi piacerebbe morire da nonna”. E mentro lo dice, Gloria si accende una sigaretta. “Tanto qui nessun paziente ha mai detto nulla”.
Luca Davi











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