Annata 2006
E' permesso? (n.132, aprile 2006)
Lo strano caso dell’autorizzazione al lavoro degli immigrati, delle macchinette obliteratrici, degli uffici postali e di una notte fredda e luminosa di fine inverno, inizio primavera. Un caso ancora senza soluzione.

Tutto inizia il 2 febbraio 2005, quando la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana pubblica il decreto flussi 2005 che prevede per il 2006 il rilascio di 170mila autorizzazioni al lavoro per stranieri. Qualche giorno prima il ministero del Lavoro aveva già emanato alcune circolari alle direzioni provinciali del lavoro circa le modalità di spedizione delle domande. Doveva filare tutto per il meglio: il datore di lavoro si presentava in posta a ritirare l'apposito kit, lo compilava accuratamente, allegava copia del contratto di lavoro per la chiamata nominativa del lavoratore che si trovava all'estero, allegava copia del documento del lavoratore stesso e una marca da bollo. Infine si presentava all'ufficio postale per la spedizioni della domanda dove una macchinetta obliteratrice avrebbe accertato l'ora e la data della presentazione.

Nulla di tutto ciò è accaduto. Sono state 500 mila le domande di autorizzazione al lavoro presentate in tutta Italia il giorno 15 di marzo e a presentarle sono stati per il 99% (occhio e croce) gli stessi immigrati, per la maggior parte clandestini e non i datori di lavoro. Strane file, agli occhi dell'ignaro passante, si sono formate fuori dagli uffici postali sin dalla mattina del 14 di marzo tanto da spingere le Acli a fare un appello alla protezione civile per assistere gli immigrati durante la notte che stava per scendere. Per oltre 24 ore si sono messi in fila aspettando l’apertura delle poste il giorno dopo, organizzandosi in liste di attesa autogestite a numeri e con appelli di controllo dei presenti ogni ora.

Dietro ogni volto in fila la storia di un'incredibile immigrazione, ogni storia una famiglia a cui inviare denari e una speranza. Arcadio ha 45 anni, sfiora i 2 metri di altezza, ha gli occhi stanchi e una schiscetta col mangiare, ha due figlie femmine e la più grande ha già fatto la coda in mattinata: “Ho finito di lavorare alle 18, muratore, e adesso mi metto in fila fino a domani mattina -spiega-. Spero che mi rilascino il permesso di soggiorno”. Ana è peruviana e bada un'anziana in via Giambellino, vive con lei: “Per fare la fila ho chiesto ad un'amica di seguire la mia signora, quando non mi vede diventa triste”. E tante ancora. Alle 23 assisto ad un appello: “180”, “presente!”, “181” “qui!”. Hanno cambiato in corsa il sistema: non riuscivano a leggere bene i nomi e ci sono stati due scazzottamenti. Con i numeri non ti sbagli. Le prefetture d'Italia sono state allertate e le pattuglie della polizia si sono viste girare attorno.  La mattina del 15 marzo gli addetti alle poste si sono trovati di fronte l'altra Italia, in coda, a spedire per raccomandata la richiesta di autorizzazione al lavoro che se approvata varrà un permesso di soggiorno. “Bravo! Tu controlla i numeri e chiama” si complimenta l'impiegato di piazza Napoli. Una cronaca minima questa, per raccontare che la legge sull'immigrazione ‘Bossi/Fini’ continua a produrre flussi di clandestini ed è inadatta a rispondere alle esigenze di nuovi lavoratori stranieri: “Oggi una signora anziana mi ha chiesto perché sono in fila -spiega Ana, inciampando nel suo italiano-. E io non sono stata capace di spiegare che il mio futuro è qui in Italia”.

Umberto Di Maria

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