Non chiamatelo gioco. Il calcio è un inebriante rito collettivo fatto di passioni, furori, sogni di gloria e cocenti delusioni. Macchina da soldi per i detrattori, fabbrica di poesia per gli estimatori, sfruttando la sua capacità di catalizzare l’interesse del pubblico il football può diventare una formidabile occasione di riscatto per chi rischia di essere relegato sulla panchina della vita. Come la portoghese Sara Coelho, che l’anno scorso a Edimburgo ha disputato l’edizione 2005 della Coppa del mondo dei Senza dimora, vestendo i colori della nazionale.
Sofferente fin dall’infanzia di una malattia mentale, Sara ha alle spalle una storia familiare travagliata che l’ha portata all’alcolismo, alla tossicodipendenza e all’abbandono della casa dei genitori, finendo sulla strada. Alla Homeless World Cup ha giocato la sua prima partita di pallone in un contesto straordinario, che ha contribuito a dare una svolta alla sua vita: durante il torneo Sara ha aumentato la sua autostima e alla fine è tornata a casa dai genitori. Ora sta cercando di ricostruire i rapporti con la famiglia, segue con regolarità un percorso terapeutico e si è iscritta ad una scuola professionale, dove studia carpenteria e decorazione. La sua storia è simile a quelle dell’afghano Moshen Soltani, del cinese Cheong Wa Chau, del sudafricano Nkosinathi Mkhonono e dei ragazzi “italiani” di Multietnica, la nazionale azzurra composta solo da immigrati, vincitrice delle ultime due edizioni della Homeless World Cup, di cui raccontiamo la storia in questo numero.
Per tutte queste persone il calcio ha rappresentato molto più di una semplice partita: il 90% dei 204 giocatori che hanno disputato l’edizione 2004 della Homeless World Cup a Göteborg ha dichiarato che la manifestazione ha avuto un impatto positivo sulla propria vita. Dopo aver disputato il mondiale, il 38% dei senza dimora ha trovato un lavoro, il 46% ha migliorato la propria condizione abitativa, il 34% si è iscritto ad un corso di studi, il 27% è uscito dalla droga, il 72% ha continuato a giocare a calcio anche dopo la competizione e in 16 hanno addirittura avuto un contratto in club professionistici o semi-professionistici, come giocatori o membri dello staff tecnico. In questi giorni gli occhi del mondo saranno rapiti dai cucchiai di Totti, dalle veroniche di Ronaldinho, dalla classe di Zidane e dalle prodezze degli altri 733 campioni che si contendono il Mondiale tedesco. Il 24 settembre, in Sudafrica, altri 500 giocatori di 48 paesi si affronteranno per conquistare una Coppa altrettanto importante per i loro destini. E poi dicono che il calcio è solo un gioco
Andrea Rottini











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