Libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione. Libertà, cantava Giorgio Gaber, è partecipazione. Era il 1972: in piazza erano già scesi i ventenni del ’68 e poco dopo, nel ’77, sarebbe toccato ai loro fratelli minori. Operai, studenti, “ragazzini”.
Luglio 2001, cambia lo scenario. Le strade di Genova sono invase da 220mila persone che chiedono agli otto “Grandi” della terra di non decidere da soli dell’economia del mondo. Neppure due anni dopo, a Roma, si danno appuntamento 3 milioni di manifestanti, il popolo della Pace che sfila contro la guerra in Iraq, “senza se e senza ma”. Da quella marcia sono passati ormai quattro anni, era il 15 febbraio 2003. Qualcuno si chiederà dove siano finiti. “La massa si è riversata nella comunità locale -commenta Donatella Della Porta, docente di Sociologia all’Istituto universitario europeo di Firenze ed esperta di movimenti-: gli inceneritori, la fruibilità pubblica, la privatizzazione dell’acqua sono i temi che spingono la gente a mobilitarsi. Si parte dal locale, ma la base di partecipazione si è allargata a persone diverse, è diventata trasversale e comprende molteplici frammenti identitari. Tra loro, sono coinvolte le persone qualunque, anche chi non è mai stato un attivista politico”.
Dentro casa Italia qualcosa si muove. La voglia di “cambiare le cose” attraversa la penisola, dalla Laguna di Venezia allo stretto di Messina. Ognuno partecipa a suo modo: c’è chi ci mette la faccia, chi la firma, chi scende in piazza (pochi, per la verità) e chi fa sentire la propria voce sul web. Qualcosa si muove, dunque. Una prova? A Vicenza il 17 febbraio hanno marciato in 120mila contro l’ampliamento della base Usa, in Val Susa l’inverno scorso erano 80mila a voler fermare la corsa del treno ad alta velocità, mentre in settembre a Taranto 400 persone hanno sfilato per dire no alla realizzazione di un nuovo impianto di rigassificazione (il secondo della Regione, dopo quello di Brindisi, ndr) e alle sue emissioni nocive. “Le proteste di oggi sembrano invisibili, ma non lo sono affatto -spiega Donatella Della Porta-. Prevale semmai una dimensione pragmatica della protesta. Non ci si limita più a scendere in piazza, si cerca di sperimentare piccole utopie che possano davvero essere un’alternativa a quello che non va”.
Si agisce in piccolo, pensando in grande. Lo dimostrano le storie che abbiamo raccolto in questo numero. Gente che ci mette e rimette la faccia, come Aldo, leader “suo malgrado” di Ammazzateci tutti, il movimento dei giovani di Locri che si è ribellato alla ’ndrangheta (pag. 4-5), o Rosita, prof. di lettere in pensione, divenuta la signora no Tav (pag. 6). Ma l’impegno civile supera anche i confini nazionali: lo fa attraverso le fiabe di Giovanna, una cantastorie romana che porta magia e poesia nel campo profughi di Chatila in Libano (pag. 19), e muovendosi in rete, come raccontano Mohamed del G2, il coordinamento degli immigrati di seconda generazione che si ritrovano on-line per rivendicare il diritto alla cittadinanza (pag. 20), e Antonella, una degli Amici di Beppe Grillo, che a partire dal web conduce la propria battaglia contro ingiustizia e corruzione (pag. 21). Piccole utopie quotidiane che, talvolta, si trasformano in arte di confine, come quella di Santiago Sierra e Ulderico Pesce. Insomma, mai come questa volta, l’importante è partecipare.
Elena Parasiliti











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