Annata 2007
Follie d'artista (n.145, settembre 2007)
Dietro ogni battuta nasconde una precisione millimetrica, con cui calibra lacrime e ironia. Per Lella Costa, donna e comica impegnata, salire sul palco è ogni sera una scommessa. Con se stessa e con il pubblico che, con lei, ride dei drammi.

Una risata vi seppellirà”, scriveva Dario Fo rivolgendosi ai benpensanti, ai politici, ai membri dell’establishment. Perché l’ironia a volte può essere un’arma potentissima per denunciare le ferite sociali che lacerano un Paese.

Ne sa qualcosa Lella Costa, attrice e autrice teatrale, che da quasi due decenni racconta sui palcoscenici d’Italia piccoli e grandi drammi quotidiani, abbinando impegno e comicità. Un binomio vincente, come dimostrano gli immancabili applausi del pubblico alla fine delle sue performance. Eppure non è stato facile per la Costa conquistarsi un posto nel panorama artistico nostrano. “In primo luogo ero una donna, e poi non volevo solo recitare -racconta-, volevo scrivere i miei testi, mostrarmi al pubblico senza il diaframma di un personaggio. Il passaggio da attrice ad autrice è stata la vera svolta della mia vita. Mi sono dovuta mettere in gioco davvero. Ma ho avuto fortuna. Ho iniziato a scrivere verso la metà degli anni Ottanta quando c’è stato un forte rilancio della comicità, sia in tv sia in teatro. E allora perfino noi donne abbiamo cominciato ad aver voce…”. Una voce che Lella Costa non ha utilizzato solo per divertire il suo pubblico. Le battute, gli sketch, i giochi di parole sono uno strumento per raccontare storie d’ordinaria emarginazione: dalla tragedia di Beslan alla discriminazione verso donne, stranieri, omosessuali.

La comicità riguarda la forma della narrazione -afferma la Costa-, il contenuto invece può essere drammatico. Certo è più difficile far ridere quando si affrontano temi seri. La materia è delicata e devi usare una precisione millimetrica per dosare riso e lacrime. Ad esempio, quando porto in scena il mio spettacolo ‘Stanca di guerra’, che parla dell’insensatezza di tutti i conflitti, mi sento costantemente sul crinale. Devo riuscire a maneggiare molto bene l’emotività, fidandomi del testo”.
Un esercizio non facile: trovare il lato comico di un dramma sembra quasi una follia. Eppure sono tanti i “giullari” che hanno assunto il ruolo di coscienza critica, affiancando e a volte sostituendo gli intellettuali “seri”.

L’ironia non può cambiare il mondo ma può aiutare a vederlo da un altro punto di vista. È un veicolo straordinario perché consente di alleggerire i fatti e farli rimanere più impressi nella memoria del pubblico. Per questo, ci sono grandi comici che hanno denunciato con sorprendente efficacia tanti lati oscuri dell’Italia e del mondo, come Dario Fo o Marco Paolini. Sono convinta, però, che la narrazione delle grandi ferite sociali risulti più efficace quando c’è una certa distanza temporale tra l’evento e la sua rappresentazione. Lo spettacolo di Paolini sul Vaiont è di molto successivo alla tragedia, e anche Fo per parlare dei fatti di piazza Fontana ha atteso che il dramma venisse metabolizzato dalla gente”. E aggiunge con un sorriso: “Purtroppo abbiamo tempi di maturazione collettiva pari a quelli della nostra giustizia”.

Il segreto dell'“ironia sociale” è dunque strappare il sorriso senza banalizzare il dramma.
Dopotutto, tra far ridere o far piangere la differenza è sottile: “Non è obbligatorio fare una comicità impegnata. Altrimenti si rischia il cliché. Se si sceglie questa strada, però, è fondamentale costruirsi una credibilità umana e professionale, facendo scelte di vita coerenti con quello che si porta sul palco. Poi, si deve stare attenti a che le battute non invecchino. Ora con la televisione tutto si consuma in fretta: uno sketch che sembra esilarante il primo giorno, il secondo può essere già superato. È proprio questo il bello del mio lavoro: è un’innovazione continua, sei sempre in progress. Nella prefazione a un mio lavoro Franca Valeri ha scritto una cosa che condivido in pieno. Lei dice di sapere che sensazione prova un dittatore, quando esercita il suo potere assoluto, perché è uguale a quella che prova un comico quando riesce a far ridere il pubblico”.

Sara Levi

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