Annata 2007
Musica e asfalto (n.146, ottobre 2007)
Ha iniziato tra le vie di Trastevere: con la chitarra in mano, cantava la sua rabbia. Oggi Andrea Rivera è ancora in strada, per far ridere e pensare il pubblico che lo guarda in tivù.

Il cappello non l’ha mai messo giù. Piuttosto apre la custodia della chitarra e la lascia aperta, davanti ai suoi piedi. Chi vuole, getta una moneta. Un soldo per ascoltare uno dei suoi monologhi contro il sistema. E di parole taglienti ce n’è per tutti: per il Comune di Roma che abbandona le periferie, per i colleghi comici che fanno ridere solo le famiglie, per la Cei, il “quarto sindacato” insieme a Cgil, Cisl e Uil.

Per Andrea Rivera, classe ’71, menestrello romano reso famoso dallo show televisivo “Parla con me” condotto da Serena Dandini, la strada è l’unico posto “su cui puoi contare”, dice citando Giorgio Gaber. Lì infatti è iniziata la sua carriera, tra le vie di Trastevere, di fronte al Bar del Cinque: 200 euro a sera “esentasse come Valentino Rossi” scherza, e 27 esposti tra polizia, vigili e carabinieri per disturbo della “mente” pubblica. “Ma io in strada ci vado ancora -dice- e per la gente sono dolori. Perché non ha bisogno di carezze, ma di un colpo allo stomaco. L’edonismo borghese temuto da Pasolini alla fine si è avverato e pochi hanno la voce per scuotere le coscienze”.

Andrea Rivera, 15 anni da operaio alle spalle e un futuro diviso tra teatro, cinema e tivù, ci prova con il suo teatro-canzone. “Mi sento come Pasquino-ammette senza falsa modestia-: con le sue satire nel ’500 punzecchiava i potenti e  ancora oggi i romani appiccicano alla sua statua vicino a Piazza Navona le loro lamentele. Anch’io sono una vox populi, ma se lui voltava la faccia, io ce la metto”.

Non è difficile credergli:
microfono in mano, dal palco del Concerto del Primo maggio ha attaccato le gerarchie ecclesiali per il funerale negato a Piergiorgio Welby, l’attivista pro-eutanasia che nel dicembre scorso ha consentito al suo medico di staccare il respiratore che lo teneva in vita. Un gesto plateale quello di Andrea Rivera, che gli è valsa la prima pagina dell’Osservatore romano. “Il prossimo Sanremo voglio presentare una canzone sull’indulto -dice-. Spero di parlarne presto con Pippo Baudo (il direttore artistico del Festival, ndr), anche se non sarò mai un cantante pop: i miei testi sono di denuncia”.
Il mezzo, per lui, conta poco e dalle piazze si ritrova di nuovo in strada a suonare al citofono dei semplici cittadini per far sorridere il pubblico televisivo di Serena Dandini. L’inquadratura è sempre la stessa: viso barbuto, orecchio e microfono appoggiato al citofono. Andrea sceglie un nome qualunque, schiaccia il campanello e qualcuno risponde. “C’è chi mi chiede di cambiare sketch, ma forse non ha capito che il mio scopo è un altro -spiega, prendendo un respiro e un tiro di sigaretta-: non troverò mai uno strumento più libero di questo per dar voce alla gente. Loro parlano, e non sanno chi c’è dall’altra parte. In fondo, io servo solo per fare una domanda, poi scompaio”.

Musa ispiratrice, la strada per Andrea Rivera è anche un banco di prova. “Se le battute funzionano con i passanti, le porto in teatro -dice-. È una specie di baratto: perché la gente ridà vita alla creatività. Certo per qualcuno, sarebbe ancor meglio se in cambio di una serenata gli dessero due bistecche”. Nel suo spettacolo sotto i cieli romani gli è capitato di incontrare anche qualche senza dimora, suo compagno di strada almeno per mezz’ora. “Mi sconvolge l’indifferenza degli altri, non solo a Roma ma anche a Milano dove per far emergere il problema degli sfrattati occorre strappare un applauso. Solo così si può sperare che qualcuno si accorga delle ingiustizie”.  E c’è chi, a un angolo di strada, si è accorto di lui. Una volta era il regista Andrea Costantini, che lo ha scelto come interprete di “Dentro la città”, un’altra una signora. Fissandolo, ha commentato: “Poveraccio, come si è ridotto”.

Elena Parasiliti

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