Conto otto squilli e finalmente, risponde. È ancora in viaggio, dice. Ieri sul palcoscenico del Teatro Ciak a Milano, oggi diretto a Fiorenzuola d’Arda nel piacentino, domani in quel di Torino. Ascanio Celestini, 35 anni, romano, attore e autore teatrale osserva l’Italia così, dal finestrino della sua auto. Solo, come quando si presenta sotto i riflettori con il suo pizzetto a punta e lo sguardo spaesato per prestare volto e voce a matti e lavoratori precari, tra i protagonisti dei suoi spettacoli più famosi.
Sempre in movimento?
Giro molto, è vero. I miei lavori nascono così. Per raccogliere il materiale che ha dato vita a “La pecora nera. Manicomio elettrico”, ad esempio, ho visitato per tre anni (dal 2002 al 2005, ndr) manicomi e ospedali psichiatrici. Ho incontrato chi ancora ci lavora e ho parlato con i pazienti. Alla fine è stata quasi una ricerca “etnografica”.
Come eri partito?
Direi con l’idea di raccontare una rivoluzione riuscita. Pensavo che l’istituzione pischiatrica fosse stata abbattuta trent’anni fa con la legge Basaglia (n. 180/1978) che imponeva la chiusura dei manicomi.
Avevi ragione?
No, ho capito che in realtà sopravvive: negli ospedali psichiatrici criminali, nelle case di cura e persino nei centri per il Tso (trattamento sanitario obbligatorio, ndr). È una cultura forte quella dell’Istituzione psichiatrica che ha permeato la stessa cultura medica; per capirlo basta entrare in un reparto oncologico, dove i pazienti sembrano degli internati. E poi ovunque si continua con l’abuso degli psicofarmaci, dati a tutti, bambini e animali compresi.
Adesso cosa stai portando in scena?
Le storie dei lavoratori precari, come racconto in “Parole sante”, documentario presentato in ottobre al Festival del cinema di Roma, e nel cd omonimo (vincitore del Premio Ciampi 2007, miglior debutto discografico dell’anno, ndr). Sono ormai due anni che me ne sto occupando. Prima in teatro con “Appunti per un film sulla lotta di classe” (2006), oggi sperimentando anche cinema, musica e tivù.
Con i precari, mi pare, sei in buona compagnia.
È la condizione che accomuna 4 milioni di lavoratori. Ne parlo attraverso gli occhi di Nicola, un precario che lavora nel call-center più grande d’Italia, l’Atesia che ha sede a Roma, tra Cinecittà e il Quadraro, a ridosso del Grande raccordo anulare. Ci lavorano 4mila dipendenti che ricevono 300mila telefonate al giorno. La loro busta paga è calcolata sulle chiamate: 85 centesimi lordi per due minuti e 40’’.
In “Appunti per un film sulla lotta di classe” ironizzi sul fatto che più di quella cifra non si guadagna.
Il lavoro precario è illegale: nessuno mette la firma sotto un contratto di “lavoro precario”. E anche la flessibilità è una truffa, l’azienda assume un dipendente a tempo determinato e scarica su di lui i suoi rischi economici: lo sottopaga, lo priva di diritti (ferie, maternità, versamenti pensionistici adeguati) e lo fa lavorare per soli tre mesi. Invece che sostenerlo per lo stress a cui lo sottopone, lo sfrutta e basta.
E i lavoratori come si difendono?
Autorganizzandosi. Formano collettivi e coordinamenti per risolvere i problemi che li riguardano.
Autogestione, una parola che fa parte della memoria collettiva. Sarà perché nel 2008, oltre ai 30 anni della “Basaglia”, si festeggia l’anniversario del ’68?
O forse perchè il mondo si cambia dal basso. E mi auguro che con l’anno che viene ne prendano coscienza sempre più persone. Almeno in questo posso ancora sperare.
Elena Parasiliti











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