La Cassia tra Siena e Roma è un nastro d'asfalto liscio, dove la ruota scorre con attrito minimo. Strada liscia e pulita: l'unico fango è quello attaccato al telaio della mia bici, ricordo di un tentativo di salita su costa argillosa, sotto il diluvio.
La via Cassia a Buonconvento è percorsa da un traffico locale di furgoni e dai turisti alla scoperta di questo territorio, tra i più noti al mondo: campi di grano a perdita d'occhio, scanditi dai filari di cipressi immortalati negli anni '60 da Gianni Berengo Gardin. E poi antichi casali ristrutturati e trasformati in relais con piscina. Passano -prime della stagione- auto cabriolet col tettuccio abbassato. A maggio e col cielo nero di temporale, non possono che essere tedeschi, quelli che poi ritrovi la sera nei bar, a ruotare calici colmi di Brunello di Montalcino.
Percorsi pochi chilometri, già il vento soffia (come sempre) in senso contrario. Un macchinone mi sorpassa e sparisce all'orizzonte, lasciandomi i suoi gas di scarico a incrostare i polmoni in affanno. È solo l'antipasto. Qualche ora dopo mi trovo ad affrontare una delle salite più impegnative di tutta la Francigena, se si esclude il passo della Cisa, tra Emilia e Toscana: la vecchia Cassia dismessa sale ai 716 metri della rocca di Radicofani, e l'atlante stradale indica, con due famigerate freccette, pendenze comprese tra il 7 e il 12 per cento. Poco meno di 300 metri di dislivello, ma con la bici appesantita dalle borse. E mentre salgo arrancando, in senso contrario sopraggiunge il corteo della Mille miglia, scortato da polizia e carabinieri, fotografi, troupe televisive e curiosi assiepati sul ciglio della strada. Oltre 300 motori d'epoca, una nube tossica di zolfo e piombo. I piloti indossano caschi d'epoca, sciarpe di seta anch'esse d'epoca, e sfoggiano al fianco donne vistose come le loro auto. Tra loro vip, politici e calciatori: i soli che possano permettersi un giro.
In realtà, Mille miglia a parte, pedalare sulla Via Francigena vuol dire quasi sempre intraprendere un cammino di solitudine. Non ci sono le folle dirette a Santiago, la vita sociale e comunitaria negli ospitali, la solidarietà tra pellegrini. Rari gli incontri, e quando capitano, ancora una volta mi sembra di remare controcorrente.
Poco prima della mia involontaria partecipazione alla Mille miglia, mi trovo a sostare a Buonconvento, luogo raccolto entro la sua cerchia di mura, dove tutto, a partire dal nome, racconta una storia di accoglienza. Viene spontaneo infilare la porta Senese dove così tanti prima di me sono passati e aggirarmi, bici alla mano, per il borgo. Da lontano vedo apparire un compare pellegrino. Provenienza quasi sicuramente nordeuropea, lo si intuisce dal cappello a tesa larga e dalla statura non proprio mediterranea. L'avevo superato in bici, mentre, tirandosi dietro un bordone medievale del peso di almeno un chilo e mezzo, guardava dritto davanti a sé e già intravedeva il cupolone di san Pietro, come in un miraggio. A Buonconvento tira dritto, mentre dentro di me vorrei urlare: "Fermati, asino, e guardati intorno!".
Lo stesso sconforto mi prende un paio di giorni dopo. Scesa da Radicofani e approdata ad Acquapendente, dedico una mattinata alla visita della città e della cripta romanica della cattedrale del santo Sepolcro. Man mano che ci si avvicina a Roma, diventano più rare le testimonianze della Francigena medievale. Tutto quello che era romanico, e quindi rozzo e primitivo per la chiesa della Controriforma, è stato annullato e sostituito con lo sfarzo del barocco. Se qualcosa è rimasto, è perché è stato dimenticato. Così forse è capitato per questa cripta, un ambiente dove poca luce filtra tra una selva di colonne di giallo travertino, dalle fantasiose decorazioni. Vale la pena fare tanta fatica per sostare anche solo cinque minuti in quel silenzio assoluto. Il pellegrino che tentavo di convincere a non perdersi questa meraviglia, prosegue sostenuto. Eppure ogni tanto, occorre anche saperlo perdere, il tempo.
Acquapendente marca un confine invisibile. Radicofani era l'ultimo avamposto senese, oltre il quale governavano i papi. E davvero la discesa verso la valle del Rigo sulla vecchia Cassia sterrata presenta scenari da frontiera. Non mi stupirei di vedere sbucare da queste colline indigeni armati di rudimentali giavellotti. Invece, tra le pecore al pascolo si nasconde sempre un maremmano pronto a rincorrere la due ruote: minaccia più che concreta all'integrità dei polpacci. Ma tutto fila liscio, e dalla Toscana entro nel Lazio, nella Tuscia dei tufi rossi e dei vasti orizzonti. La Via prosegue verso Viterbo e la capitale e si sdoppia in varie corsie battute da suv e da tir.
Oltre Montefiascone mi avventuro, talvolta a piedi, su un lungo tratto di antico tracciato. L'originale basolato romano non è il fondo stradale più adatto alla bicicletta, che a quei tempi, si sa, non era ancora stata inventata. Dritta come sanno essere le strade romane, la vecchia Cassia punta verso Viterbo, affiancata in un punto da villette a schiera costruite l'altro ieri da un geometra particolarmente a corto di idee. Ma la corsa prosegue.
Prima di arrivare a destinazione però, una tappa è quasi obbligata. Anche al pellegrino medievale erano note le pozze di acqua calda e sulfurea del Bagnaccio. Il bagno termale toglieva la stanchezza, curava le piaghe, eliminava indesiderati parassiti. E allora la sosta anche oggi ci vuole: il Bagnaccio non è un centro benessere, ma uno spazio gratuito e autogestito; talvolta affollato dai camperisti. Però il posto è incantevole. Cinque vasche in aperta campagna, proprio lungo la Via.
Arrivo sul far della sera: la giornata è fredda, l'acqua a 65°, quanto basta a tagliare le gambe e far passare la voglia di risalire in bici, ma è un'esperienza che sarebbe un delitto farsi mancare. La notte cala su Viterbo, sull'acropoli del quartiere di san Pellegrino, sul loggiato gotico del Palazzo dei Papi. Città bellissima e a misura d'uomo, è un frammento di Medioevo scampato alla modernità, giusta conclusione di una tre giorni in sella.
Testo di CAMILLA TORELLI










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