Le pannocchie sono un vestito di Arlecchino disteso sul lungo tavolo nell'ingresso della scuola. Escuela de Fronteras n. 2, Yavi Chico, paese di case di fango, disperse e nascoste fra gli avvallamenti di una steppa battuta dal vento. Vi abitano 72 famiglie. Poco più di trecento persone e un'emigrazione inesorabile.
Non ci sono trasporti regolari per arrivare fino qua. Venti chilometri di pista da La Quiaca, ultima città del Nord-Ovest argentino. Venti chilometri ai quasi 4mila metri del deserto di altura di questo angolo delle Ande. È la Puna, uno dei paesaggi più belli della Terra. Si può raggiungere Yavi Chico al mattino presto: un passaggio sul collectivo che porta i maestri alla loro piccola scuola.
Qui i confini fra Argentina e Bolivia si confondono fra cammini che si incrociano, campi di mais nei quali si sta seminando, montagne che cambiano colore a ogni ora. Escuelita preziosa, la numero 2. Ha più di novant'anni di vita, venne fondata nel 1917. La mattina della nostra visita ci sono 22 alunni. È un luogo di scambio di saperi. "I bambini sono figli della montagna: taciturni, solitari, silenziosi -racconta la direttrice, Maria Cristina Yurquina, 32 anni di insegnamento rurale-. Ci siamo chiesti come potevamo entrare nel loro mondo. Con il mais, ci siamo detti. Qui ogni famiglia ha il suo campo, si vive di mais, se ne conosce ogni segreto. E i bambini li hanno insegnati a noi. Sono stati i nostri maestri".
Ci offrono api, bevanda calda di zucchero, acqua, mais violetto, cannella e chiodi di garofano. Ci raccontano del chullpi, del bolita chejua, del chignanero, del puro colorado, del pisancalla (il nome più bello). A Yavi Chico si coltivano 27 tipi di mais dai colori diversi.
Miracoli piccoli e silenziosi di una terra meravigliosa e terribile. Qui il cielo ha la potenza di un blu elettrico. Sembra a un passo dal tuo andare. La terra è dura, arida, sterile. Piove solo nell'estate australe, da dicembre a febbraio, ma quando la pioggia si scatena sono tempeste che fanno crollare le montagne: la loro violenza è collera pura. Le temperature, in inverno, sono polari. Negli altri mesi l'escursione termica è da ottovolante.
A Iruya, grande e bellissimo villaggio andino (sono scomparse le lande ventose di Yavi, le montagne sono un intrico di precipizi e un labirinto di gole), un uomo che, a volte, a sera suona Vivaldi con il suo vecchio violino, mi ha spiegato: "Qui non ci sono uomini straordinari, ma gente tenace. Pazienza e silenzio sono state le loro armi per resistere a queste altezze e alla impietosa conquista spagnola".
La gente (appena il 5 per cento, forse meno, della popolazione argentina) si mimetizza con il paesaggio. Le porte delle case dei villaggi sono chiuse, le finestre sbarrate, i paesi sembrano deserti e scossi da un vento perenne. Ma quassù avverti davvero il senso delle divinità della terra. Sarà la presenza viva delle pietre. Che qualcuno accumula in piccoli tumuli, monumenti onnipresenti alla Pachamama, la Madre Terra.
I bambini della scuola di Yavi Chico aspettano l'ammainabandiera prima di correre verso casa: qualcuno dovrà camminare anche due ore prima di raggiungerla. Nel loro destino c'è l'emigrazione verso Buenos Aires, la città lontanissima.
A Hauncar, Puna orientale, quasi al confine con il Cile, altro paese solitario, altra scuola affollata. Cambia però la strategia educativa: a 15 anni, le ragazzine hanno già un figlio e si presentano in aula allattando. Il padre (17 anni) dovrà lavorare per mantenere la famiglia: allevare lama e capre oppure fare il minatore nelle cave del litio (del potassio, del borace, dell'oro) che stanno squarciando le Ande. Le montagne sono uno scrigno minerale che è dannazione contemporanea, lavoro per migliaia e migliaia di uomini, minaccia ambientale. La Puna, a leggere gli studi più recenti, custodisce l'83 per cento del litio mondiale, metallo strategico per le batterie che fanno funzionare auto ibride, computer, cellulari. Compagnie canadesi, sudafricane, australiane, statunitensi, cinesi stanno già sollevando la crosta dei grandi salares andini.
È Francisco, 39 anni, passamontagna a proteggere la faccia dalla ferocia del sole, cavatore del sale a Salar grande, a raccontare le contraddizioni della vita nella Puna: "Nessuno di noi ama questo lavoro, né il sale, ma questa terra ci è stata data in dono e non possiamo permettere che ci venga portata via".
Le comunità autoctone si battono per la terra, trovano forme di difesa irrituali nel mondo di oggi: a Iruya e a Yavi i terreni sono proprietà collettiva. Non possono essere venduti a stranieri e i passaggi di proprietà devono essere approvati dal consiglio della comunità. Il turismo da queste parti sta ribaltando le economie di sopravvivenza.
A Purmamarca, villaggio benedetto da una natura straordinaria (sorge ai piedi di montagne-arcobaleno, cerros dai Sette Colori), in estate, si contano 300 turisti ogni cento metri di strada. A Tilcara, meno di 5mila abitanti, rifugio degli ultimi hippies, ci sono 82 alberghi (e solo dodici appartengono a gente del posto).
Dieci anni fa, la Quebrada di Humahuaca, la spettacolare vallata che taglia le Ande, è stata dichiarata Patrimonio dell'umanità e, da allora, in un Paese che voleva risorgere dalla devastante crisi del 2000, il turismo è diventato un'ondata inarrestabile. A Iruya, le donne hanno trasformato le loro cucine in comedor accoglienti. A Nazareno, invece, la comunità ha chiuso le porte in faccia al popolo dei vacanzieri.
Salgo all'Abra del Acay, ancora 5mila metri, il valico più alto della leggendaria Ruta 40. Mille tornati sterrati, ma le Ande, a volte, sembrano voler concedere a tutti il diritto di raggiungere il cielo. Nella salita, lenta e incerta, non incontriamo nessuno. Ma in vetta, c'è Juan. Sta lì, accanto al cumulo di pietre della Pachamama. È arrivato fino a qua con una motocicletta scarburata. Va nella direzione opposta alla mia. Ci fermiamo. Assieme guardiamo la doppia discesa che precipita verso villaggi ancora lontani. Sembra un cammino infinito. Solitudine assoluta, protezione di molte divinità. Scatto una foto a Juan accanto alla sua improbabile motocicletta. Parte, spingendola in discesa. Un lama scarta di lato con una corsa al rallentatore.
Testo di Andrea Semplici










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