"Il mare si mangia tutto". Lo sentirete dire spesso, in Senegal, senza rabbia e quasi con rassegnazione, come fosse una nenia. Perché l'uomo non può arrestare l'oceano, e le acque dell'Atlantico qui avanzano a vista d'occhio. Divorano un metro di terra l'anno, specie vicino alle foci dei fiumi.
Anche l'isola sacra di Sangomar, una striscia di sabbia bianca nel delta del Siné-Saloum, è destinata a sparire nelle fauci dell'oceano. Mentre la piroga scivola verso la spiaggia, è a questo che pensano i viaggiatori: andiamo nell'isola che non ci sarà più. "Un tempo a Sangomar si poteva arrivare a piedi dalla terraferma" racconta Medar, ecoguida della riserva naturale di Palmarin. Poi indica un gruppo di pellicani che si alzano in volo. Oltre agli stormi d'uccelli, sull'isola non c'è anima viva. Almeno finché non scende il buio: perché allora, stretti attorno al fuoco, mentre i pescatori cucinano i barracuda e i molluschi direttamente sulle braci, verrete assediati da centinaia di grossi granchi. Di notte escono in cerca di cibo, poi tornano sotto la sabbia e lasciano l'isola di nuovo deserta, in balia degli spiriti. Spiriti a cui era devoto anche Léopold Sédar Senghor, il poeta presidente dell'indipendenza, a cui i locali di etnia Sérèr (cristiani, ma anche animisti) si rivolgono tutt'oggi con preghiere e offerte per allontanare le malattie, chiedere fortuna o favorire la pesca.
Il pesce, insieme alle arachidi, è infatti tra le maggiori risorse economiche del Paese, fondamentale per la sussistenza. Una ricchezza che attira anche i pescherecci stranieri. "Sono loro, prima ancora del disboscamento e della naturale azione dell'oceano, a provocare i danni più gravi all'ambiente" spiega Vania Fedato, collaboratrice del Wwf, impegnata da anni in progetti di turismo responsabile: "Fanno esplodere le mine al largo della costa e distruggono tutto". L'oceano divora la terra, gli uomini svuotano l'oceano, le acque inghiottono gli uomini. Il mare, qui, non è solo fonte di cibo. È anche la via per raggiungere altri continenti. Lo è stato nei secoli passati, quando dall'isola di Gorée, di fronte a Dakar, gli europei imbarcavano migliaia e migliaia di africani come schiavi per le Americhe, e lo è ancora oggi per chi sceglie di andare in Europa. Quello dell'immigrazione è un Senegal invisibile a un primo sguardo, ma se vi fermate a parlare con la gente, davanti ai murales dei negozi o fuori da un internet point dalle tastiere polverose, vi capiterà facilmente di ascoltare le storie di chi è partito.
Quando in una famiglia di dieci persone ne lavora una soltanto, andarsene diventa quasi un obbligo: per sostenere chi resta, per costruirsi la casa, e prima o poi fare ritorno. Bibi, 42 anni, non ha fatto in tempo a realizzare il suo progetto, aprire un ristorante nel suo Paese, perché dopo sette anni a Treviso senza ottenere il permesso di soggiorno è stato rispedito in patria. "La vita in Italia, il mio lavoro in magazzino e poi ancora Dakar: è stato come sognare e all'improvviso risvegliarsi nel mondo vero -ammette-. Qui è davvero difficile costruire qualcosa".
Oggi Bibi lavora saltuariamente come guida turistica, e accompagna i viaggiatori alla scoperta della sua terra. Nel tragitto di 150 chilometri che porta da Palmarin a Dakar, bisogna procedere fuoripista per evitare le buche, ma lui e l'autista riescono a immaginare strade dove noi occidentali vediamo solo una sconfinata distesa di terra. Non c'è navigatore che tenga: in questa pianura di sabbia e sale, tra baobab, lagune e mangrovie, ci si può affidare soltanto al sole e al senso dell'orientamento.
Dopo una sosta a Fadiouth, l'isola delle conchiglie, sede di un cimitero musulmano-cristiano che testimonia la convivenza di religioni diverse e lo spirito pacifico del popolo senegalese, si raggiunge la capitale: due milioni e mezzo di abitanti, poche strade asfaltate, frequenti blackout, ma anche una vivace vita notturna e culturale.
Di rado i turisti scelgono di fermarsi, ma è difficile capire il Senegal senza passare dalla sua città più cosmopolita. Bastano tre giorni per scoprirne i tesori, come il museo dell'Ifan, che vanta un'importante collezione d'arte africana, il mercato del pesce di Yoff e l'isola di Gorée, oggi sede di un memoriale e di un museo sulla tratta degli schiavi.
A Dakar potete chiedere ospitalità a un artista locale che ha riservato ai viaggiatori alcune stanze della sua casa. Una sorta di bed & breakfast, dove Ousmane abita con tutto il clan familiare: la madre, la moglie, le due bambine, i fratelli e le sorelle con i rispettivi figli e compagni. La sera potrete visitare l'atelier, e poi gustare sulla terrazza all'ultimo piano il thiepe-dieme, una specie di paella africana in cui si mescolano riso, pesce e verdure.
La mattina sentirete il muezzin annunciare la preghiera, e dal tetto della casa vedrete le periferie di Dakar al risveglio: i bambini che si radunano sotto la tettoia della scuola coranica e i pochi uomini con un lavoro che si mettono all'opera. Alle donne invece le cose da fare non mancano: già di buon mattino cominciano a strofinare i panni, a stendere, cucinare, allestire banchetti fuori dalla soglia di casa. Sono indaffarate, ma per una strana alchimia, all'apparenza inspiegabile, riescono sempre ad essere eleganti: i colori degli abiti che contrastano con la polvere, gli orecchini luccicanti e le capigliature perfette.
Il numero dei parrucchieri qui compete solo con quello delle palestre. Lo sport è una passione "nazionale" per i senegalesi, che scendono ogni giorno in spiaggia a correre e a fare flessioni e sono innamorati della lotta tradizionale. Le fotografie dei loro atleti si ritrovano ovunque: fuori dai negozi, appese agli specchietti retrovisori dei taxi, sulle bardature dei cavalli che trasportano i secchi di sale. E quando arriva il momento di uno scontro importante, tutti davanti alla tivù: ci si può ritrovare anche in venti attorno allo stesso apparecchio. Uomini e donne, vecchi e bambini, che lasciano i calcio-balilla agli angoli delle strade per seguire la diretta. Sedersi insieme a loro e scegliere per chi tifare può essere un modo per immergersi nella realtà locale. O forse per sentirsi di nuovo a casa, seduti in un bar di provincia, in una domenica di campionato.
Testo di Mara Pace










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