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La terza guerra delle pietre
Archeologia, religione e politica: la battaglia per la città santa si combatte sottoterra.

Sapevate che a Gerusalemme si può fare un tour archeologico alternativo ai circuiti tradizionali? Passa dal quartiere palestinese di Silwan, dove si trovano i resti dell'antica Città di Davide (nella foto Reuters, alcuni turisti affacciati sul sito), come racconta il nostro Osvaldo Spadaro nel reportage pubblicato sul nuovo numero di Terre, che potete leggere qui di seguitoSpesso il tour parte dal Wadi Hilweh Information Center, un luogo dove gli abitanti del quartiere possono incontrare i turisti e raccontare la loro vita quotidiana. Il direttore di questo centro, Jawad Siyam, collaboratore degli archeologi ebrei che gestiscono gli scavi, è sotto attacco da parte della stampa e della magistratura israeliana a motivo del suo attivismo a favore del dialogo israelo-palestinese. Al momento Siyam è stato appena scarcerato, in attesa di un nuovo interrogatorio. Se volete rimanere informati sulla sua vicenda giudiziaria, tenete d'occhio il sito www.silwanic.net.

 

LA TERZA GUERRA DELLE PIETRE

Il venerdì alle cinque della sera, quando in inverno comincia a far buio, sul tetto del bazar di Gerusalemme camminano in pochi. Giusto qualche gatto, diversi giovani ortodossi vestiti di nero e sparuti turisti.  A quell’ora, il venerdì, Gerusalemme canta. Nel giro di un minuto le grida elettriche dei muezzin si rincorrono da un minareto all’altro, il suono dello shofar, un piccolo corno di montone, annuncia l’inizio dello shabbath (il sabato ebraico) e dalle chiese sparse per i quartieri della Città vecchia si sente scampanare con vigore per la prossima messa. Dopo torna il silenzio.

A vederla da qui Gerusalemme sembra una città pacifica. E in effetti se ci si arriva con uno di quei viaggi/pellegrinaggi sette giorni tutto incluso, si rischia di pensarla così. Un luogo conteso, di certo diviso, ma tutto sommato in questi mesi piuttosto tranquillo. Del resto la maggioranza dei turisti si limita a fermarsi in città un paio di giorni. Che appena bastano a capire dove si è, rendere omaggio al proprio tempio di riferimento (Santa per le tre religioni monoteiste, la Città vecchia distilla spiritualità e reliquie a ogni angolo) e magari visitare lo “Yad Vashem”, lo stupendo museo dedicato alla memoria dell’Olocausto.  Un peccato, perché così facendo si perdono la parte moderna, Gerusalemme Ovest, con le sue perfette case di pietra bianca e la vita allegra. Ma anche la parte Est, quella araba, l’unica dove sembra davvero di essere in Medio Oriente e non in un caldo sobborgo americano. E in pochi  arrivano fino a Silwan, un povero quartiere arabo che sorge ai piedi della moscha di Al-Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam, che confina direttamente con il Muro del Pianto, primo luogo santo per l’ebraismo. Eppure Silwan sta davvero a un passo dalla Città vecchia: basterebbe sporgersi dalle mura di Solimano, guardare verso Est per vederla. Qui, dicono gli osservatori attenti, potrebbe scoppiare la terza Intifada, “la terza guerra delle pietre”. Ma è anche il luogo dove fare una delle esperienze turistiche più interessanti in una città che straborda di esperienze straordinarie.

Queste case ammassate e queste viuzze scoscese, sono il teatro di una delle scoperte archeologiche più importanti e chiacchierate degli ultimi anni. Qui si troverebbe Ir David, la città che il re Davide ha conquistato undici secoli prima della nascita di Cristo, sedici prima dell’arrivo dell’Islam a Gerusalemme. A scavare è stata Eliat Mazar, archeologa che per sua stessa ammissione ha iniziato le sue ricerche con la Bibbia in mano. Ad animare il progetto che gira intorno alla Città di Davide un uomo tenace e contestato, che risponde al nome di David Beeri. Ex-militare, Beeri ha dato vita a Elad, fondazione che riceve capitali soprattutto dagli Stati Uniti e si occupa di acquistare tutto quello che riesce nella zona di Silwan. Paga centinaia di migliaia di euro per catapecchie, offre ponti d’oro a quei palestinesi che vogliono vendere e scappare altrove. E fuggire è l’unica risposta, perché già Arafat aveva stabilito che chiunque venda un’abitazione a quelli di Elad sarebbe stato giustiziato senza processo. Acquistata la casa Elad installa gruppi di coloni. Una volta arrivate, le famiglie permettono agli archeologi israeliani di scavare in terreni che altrimenti sarebbero inaccessibili. Ogni nuova scoperta apre la via alla rischiesta di ulteriori scavi e altri possibili sgomberi di residenti arabi, in una tensione via via crescente.  Ovviamente le scoperte archeologiche che si susseguono nella zona di Silwan fanno imbestialire i palestinesi. Muri crepati, crolli, tubi che saltano: decine di famiglie sostengono che le loro case sono state danneggiate dai lavori. Ma mentre alcuni presentano ricorso davanti ai tribunali israeliani, altri si fanno ammaliare dalle storie messe in giro ad arte secondo cui gli scavi di Silwan altro non sarebbero che il primo passo per far crollare la moschea di Al-Aqsa, invadere la Spianata delle moschee e costruire il Terzo tempio. 

Follia che si aggiunge a follia. Come sempre la verità sta a metà strada, dispersa tra libri di storia e opportunismi politici di ogni colore. Una cosa però è piuttosto chiara: “Più il passato giudaico di Gerusalemme sarà esaltato, più le parti arabe saranno colonizzate, meno sarà possibile un giorno reclamare Gerusalemme Est come capitale di un ipotetico stato libero palestinese”, spiega il poeta israeliano Gabriel Levin. “Di questo bisogna essere consapevoli e si deve parlare”, aggiunge. La storia di Silwan e della Città di Davide è alla portata di tutti. Sulla zona infatti da qualche anno è stato aperto un parco archelogico ben organizzato, che attira circa 350mila visitatori l’anno. Nonostante la zona sia stata dichiarata patrimonio nazionale dal Governo, il sito archeologico, caso unico in tutto Israele, non è gestito dal ministero del Turismo, ma dalla fondazione Elad, che si occupa anche delle visite guidate. La storia che raccontano nei loro tour, però, è parziale. In certe mani l’archeologia diventa un’arma impropria. Ma non dovrebbe essere così.

“L’archeologia è una risorsa per costruire ponti e abbattere i confini tra i diversi popoli e le diverse culture. Sfortunatamente oggi in Israele molti la usano per sottolineare il legame tra il nostro popolo e il passato della terra di Israele. Per questo ha un ruolo strategico nelle dinamiche del conflitto”, spiega Yonathan Mizrachi, archeologo dell’associazione Emek Shaveh. Coperto dal suo cappello da esploratore Mizrachi dice parole pesanti con una pacatezza che ha dell’incredibile. Da anni lui e i suoi colleghi provano a raccontare la storia di Silwan in un modo né ideologico, né nazionalista. Qualcuno li accusa di essere anti-sionisti, ma questo non scalfisce Mizrachi, che come archeologo del ministero per tre anni ha seguito la costruzione del muro nella zona di Gerusalemme (l’esperienza è raccontata in “Gente del muro”, Manifestolibri). “Mettiamo in guardia sui rischi degli scavi politicizzati, usati per creare disagi alle comunità e giustificare gli insediamenti. Siamo per un’archeologia a benificio dell’intera comunità, che non racconti verità a comando, ma presenti le cose per come sono: complesse e stratificate”, spiega. Per questo ogni venerdì mattina organizzano tour guidati alla Città di Davide. 

“I gestori privati di questo parco archeologico raccontano solo quello che fa comodo a loro, noi ci soffermiamo su resti di epoche diverse, non solo dell’età di Davide, che pur ci sono, ma anche dell’era romana, crociata e musulmana”. Reperti che normalmente non vengono mostrati, più spesso quando si recuperano vengono buttati via. “La storia è una stratificazione di eventi: non ha senso il c’ero prima io. Tutto si mischia e si compenetra. Nella Città di Davide abbiamo venti, trenta stratificazioni diverse, 5mila anni di storia da raccontare”. A Silwan si può fare un’esperienza unica per capire come l’archeologia possa diventare arma politica. Un’esperienza che richiede un minimo di applicazione. Si dovrebbe infatti visitare la Città di Davide due volte: la prima con una guida di Elad, la seconda con un tour di Emek Shaveh. Poi si potrebbe scrivere un bel trattato intitolato “L’asimmetria della verità”.

 

VACANZA IN UN'OASI DI PACE

Nevé Shalom - Wahat al-Salam è un villaggio cooperativo a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme, in cui 54 famiglie ebree e palestinesi (tutte di cittadinanza israeliana) hanno scelto di vivere e far studiare i propri figli insieme. Cominciando dall’imparare a scuola la lingua “dell’altro”, in un vero laboratorio del dialogo culturale e interreligioso.

L’associazione italiana collegata a questo progetto (oasidipace.org) festeggia i suoi vent’anni con 

un viaggio in programma dal 10 al 17 settembre. 

Ci sarà la possibilità di incontrare i rappresentanti del villaggio, diverse associazioni e gruppi israeliani e palestinesi che lavorano per la ricerca della pace. 

In programma anche visite a Gerusalemme, Betlemme, Tel Aviv, Jaffa, Gerico, insieme a soste lungo il lago di Tiberiade, il deserto del Negev, il Mar Morto.

 

 

Per informazioni: it@nswas.info, tel. 347 – 73.43.461.

 

TESTO: Osvaldo Spadaro

 

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