Turismo responsabile
La frontiera inesistente
Elegante, in bilico tra mare e montagna, Trieste conserva il suo carattere di città di confine in cui tutti si sentono a casa.

La donna, intabarrata come se sul treno non ci fosse il riscaldamento, ferma il capotreno alzando un dito. Non fa domande, ma emette un suono interrogativo: "Trst?". "Zadnja postaja". Trieste? Ultima fermata.
Bisogna risalire l'Adriatico e andare fino in fondo sulla cartina dell'Italia, tutto a destra, per trovare Trieste. Con qualunque mezzo ci si arrivi appare come un'inaspettata epifania: qualcosa di diverso dalle città cui siamo abituati. Certo, è Italia. Però è ancora una di quelle città come ce n'erano tante in Europa, a fine Ottocento. Salonicco, Sarajevo, Danzica. Cosmopolite e di frontiera, si direbbe oggi. Di traffici e commerci, si diceva un tempo. E detta così uno si aspetta di trovarsi davanti un porto di mare, disordinato e confuso, con quartieri appaltati ai mercanti di tutte le razze, fronti del porto poco raccomandabili, sottoscala sporchi e angoli sordidi. 

E invece. Invece si ritrova in una città ordinata e razionale; con viali rettilinei che sembrano vie di fuga verso il mare, un castello che domina discreto e una periferia che ha preso inconsapevolmente qualcosa a prestito dai vicini slavi e dalle architettura sovietiche. Ma nonostante questo rimane un luogo quasi nobile senza mai esser stato capitale di alcunché; di certo elegante, con quei palazzi ottocenteschi che fanno tanto Vienna, lei sì, capitale. E camminando si finisce per restare ipnotizzati dalle case color pastello, ma sbiadite; dalle insegne rosse che segnalano un buffet; dalle chiese di tutte le fogge che ancora ospitano fedeli di tutte le confessioni cristiane; oppure dai grandi banconi in legno dei caffè con le porte doppie, per combattere il freddo. Dicono sia l'aria della Mitteleuropa: la stessa che si respira a Graz come a Praga, a Pécs come a Cracovia. Ma forse qui l'aria è migliore, di certo è diversa. Del resto, forse la Mitteleuropa non esiste proprio. È solo un mito inventato dagli scrittori, di cui la città in un certo momento è stata assai ricca.

C'erano Italo Svevo e James Joyce, quando ancora Trieste era il principale porto dell'Austria-Ungheria. C'erano Saba e il giovane Michelstaedter a bere e discutere nei caffè come facevano i veri intellettuali europei: l'antico Tommaseo nella piazza omonima, il San Marco, in via Battisti, o il regale caffè degli Specchi, in quella che ora si chiama piazza Unità d'Italia. Oggi sono rimaste le statue, come quella in via san Nicolò, davanti alla libreria che fu di Saba; e i turisti che camminano ricercando i luoghi della "Coscienza di Zeno", neanche fosse una fiction dei giorni nostri.

Ma a inseguire gli scrittori forse si perde di vista quanto sia bella, Trieste. Soprattutto se la guardi dalla prospettiva insolita del molo Audace. Cento metri di banchina tagliati dritti giusto in mezzo all'acqua calma del porto. Se quando arrivi in fondo ti lasci il mare alle spalle, allora vedi il profilo ordinato, piazza Unità d'Italia con le sue giuste proporzioni, le montagne sullo sfondo, il resto dei moli sulla destra. Oppure, ancor meglio se la guardi dall'alto. Magari salendo con il tram di Opcina. Quello che gli studenti dell'università non prendono perché dicono porti sfortuna. Parte dall'ariosa piazza Oberdan e arriva in cima, a un passo dal confine non più confine con la Slovenia, permettendo di abbracciare tutto il golfo. Osservare l'espansione disordinata della città nell'entroterra, dopo l'annessione all'Italia; oppure il via vai delle navi che fanno rotta da lontano e la linea di terra che arriva fino a Monfalcone, in Friuli: tutto un altro mondo. Da qui capisci quando Paolo Rumiz, giornalista di queste terre scrive che "Trieste è una linea in bilico tra mare e montagna".

In effetti è una città incredibilmente aperta sul mare, senza ostacoli tra il centro e le antiche banchine. Puoi attraccare a un molo turistico e in trenta passi sei in un'osteria a collezionare bianchini e grappe. Oppure decidere di andare a prendere il sole sulla stretta passeggiata di Barcola, accanto alla spiaggia libera attrezzata (ma sarebbe meglio dire scogliera) più grande d'Italia. Cogliendo l'occasione per curiosare al "Pedocin", pochi metri quadrati di arenile urbano ancora rigorosamente divisi tra uomini e donne, anche in mare. Spiaggia comunque pubblica, perché così si usa nei Paesi di quella Mitteleuropa che allora esiste davvero. E una volta che si è in cammino ci si può spingere fino al castello di Miramare con i suoi giardini.

Ma il bello è che se non vuoi andare al mare, puoi subito ritrovarti in montagna. Basta prendere lo stesso tram per Opcina e scendere a qualche fermata intermedia, a mezza costa, inoltrandosi per i viottoli del Carso, fermandosi alla prima porta di una casa contadina che espone una frasca rinsecchita. Segnala un'osmizza, lascito dell'epoca asburgica quando un decreto imperiale datato 1784 permise per tutto l'anno la vendita di vino e prodotti contadini purché l'attività venisse segnalata appunto da una frasca sulla porta. Un agriturismo a chilometro zero prima che diventasse una filosofia. Ambiente solido e spartano, tavoloni di legno, vino di casa, sottaceti e prosciutto: il cibo come momento di ristoro, più che come moda. Qui trovi i triestini, quelli veri. Quelli che parlano sempre in un dialetto che sembra veneziano e di certo non è friulano. Dialetto che si sente ovunque, anche in bocca ai cinesi che hanno colonizzato le vie di Borgoteresiano e Ponterosso, dove prima si vendevano i jeans a basso costo come quando c'erano gli americani, e oggi ci sono i nuovi abitanti che stanno rivitalizzando una città altrimenti un po' invecchiata e ripiegata su se stessa. Sono loro il futuro dello storico melting pot triestino.

Del resto basta andare indietro di qualche generazione per scoprire a ogni triestino un quarto di sangue slavo, ungherese, greco, austriaco o levantino. Perché ai tempi di Francesco Giuseppe tutti erano di casa. E in parte lo sono ancora. Se arrivi in treno, magari scendendo dall'Intercity Drava che fa tappa qui prima di spingersi fino a Budapest, a un passo trovi la stazione delle corriere. Gli jugoslavi ci venivano a fare compere di prodotti per loro introvabili. Oggi incontri le stesse donne di allora, solo che i prodotti si comprano a miglior prezzo oltre confine. Per trovare lavoro tocca invece venire di qua, in Occidente. E iniziare a rimescolarsi, come sempre è successo. A Trieste.

Viaggio nella memoria
Quattro, 5mila persone. Sono i morti dell'unico lager nazista in territorio italiano, la Risiera di san Sabba. La struttura era nata nel 1913: un innocente stabilimento per la pilatura del riso. Divenne campo di prigionia e poi di sterminio dopo l'8 settembre 1943, quando Trieste ricadde nei territori della Repubblica di Salò. Il suo direttore era un triestino, Odilo Globonik, che aveva fatto esperienza come ufficiale delle Ss a Treblinka. In prevalenza alla Risiera furono uccisi detenuti politici, partigiani italiani, combattenti croati e sloveni, ma anche ebrei che non vennero spediti a Dachau e Auschwitz. Abbandonata e semidistrutta, divenne un museo nel 1975, per testimoniare che anche in una città storicamente tollerante poteva trovare albergo l'orrore.
Per informazioni, risierasansabba.it.

Testo di Osvaldo Spadaro

 

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