Alla stazione degli autobus di Goreme, in Cappadocia, c'è un bus semivuoto, dove il viaggiatore occidentale diventa un'eccezione. Qui si dividono le strade dei turisti: molti vanno verso il mare, altri tornano a Istanbul o si dirigono verso le regioni del meridione. Per Van partono in pochi: nel profondo Oriente dell'Anatolia, è l'ultimo avamposto turco prima dell'Iran, a venti ore di viaggio notturno da Gerome. Terra del popolo curdo, fino a pochi anni fa era off limits per gli scontri tra esercito turco e Pkk, il partito indipendentista.
L'altopiano di Van all'alba è rosa, montagne nude e massicce si affacciano su un lago di 3.750 km quadrati, pastori bambini sotto un cielo lunghissimo. Van è città di frontiera, i cartelli parlano di grandi confini: Iraq, Iran. La sua gente è fatta di turchi, curdi, iraniani che vendono nel bazar focacce piatte, angurie e miele. Qui le ragazze tolgono il velo e le coppie girano mano nella mano, ma l'atmosfera liberale svanisce se si sale a Yedi Kilise, un villaggio curdo di fango e paglia, sperduto nel silenzio tra montagne alte 3mila metri. L'unica casa in muratura è quella del capo villaggio: bussi e lui esce alto e sottile, circondato da donne che vendono calze di lana, gira l'angolo di casa e apre una porta arrugginita. Dall'altra parte, illuminata dalle candele, con il pavimento di terra, c'è un'antica chiesa armena.
Bisbigliando in curdo, il capo villaggio ci svela parti di affreschi e mostra vecchie foto dell'edificio, ora trasformato in una stalla. È una delle poche chiese armene sopravvissute nella regione, ma la più bella -l'Akdamar Kalesi- è in mezzo al lago, su un isolotto disabitato che d'inverno si copre di neve.
Da qui la strada scende verso Sud, e le montagne brulle lasciano spazio a campi verdi e pioppi: più in basso, in una gola stretta e profonda, scorre il leggendario Tigri. Il punto migliore per ammirarlo è il villaggio di Hasankeyf, un pugno di abitazioni che sembrano fatte di sabbia su uno sperone roccioso a picco sul fiume, che rischia però di sparire sotto le acque della diga di Ilisu, parte di un progetto che prevede la costruzione di 22 dighe per la produzione di energia idroelettrica destinata all'industria. Questa è anche terra di cristiani d'Oriente, ora quasi scomparsi, ma che prima popolavano monasteri come quello di Deyrul Zafaran ("zafferano"), il vecchio patriarcato della Chiesa ortodossa siriaca. Circondato da mura quasi fosse un castello, adesso accoglie un solo monaco tra le sue sale con volte a botte e la cripta, antico tempio dedicato al dio Sole.
Di fronte al monastero, Mardin è un'apparizione: case color miele, strette sulla collina, intervallate da minareti e cupole d'oro. Ai piedi della città, sotto la scuola coranica Kasimiye Medresesi, si stende la Mesopotamia, con le luci dei villaggi accese nella notte, a perdita d'occhio fino all'Iraq. Mardin è calda, lenta come i passi dei suoi abitanti per i vicoli di ciottoli dove si sente profumo di polpette di montone, e la sua notte è quasi commovente, affacciata sul buio immenso della pianura che è stata culla delle civiltà. Tra gli abbara, i vicoli coperti, moschee del 1400 ma anche i resti di una sinagoga e la chiesa dei Quaranta martiri: da secoli qui, nel cuore del Kurdistan turco, si incrociano le storie di turchi, cristiani, siriani, arabi e curdi.
La gente vive di agricoltura e intreccia tappeti di lana grossa che vende nel mercato della capitale curda, Diyarbakir, tappa dell'antica via della Seta. Diyarbakir "la nera", come la sua cerchia di mura romane di basalto, è una città aspra dove molte famiglie hanno pianto almeno un morto nel conflitto con la Turchia, e i soldi dello Stato non arrivano, a sentire i mercanti del bazar. "Il governo turco vuole piegarci, la gente è povera e per questo sono aumentati i furti, che allontanano i turisti" spiega la guida curda Mehmet Nasip, passeggiando tra casupole fatiscenti dove le donne cucinano melanzane alla griglia per strada. In un cortile, una decina di anziani cantastorie danno il via a un canto dolente e magnifico, racconti di battaglie e soprusi, morte e coraggio.
Le persecuzioni hanno insanguinato la storia di Diyarbakir, dove fino alla metà dell'Ottocento viveva una grande comunità armena ormai scomparsa; anche i cristiani ortodossi sono ridotti a una trentina di famiglie che si scambiano uva sul sagrato dell'unica chiesa. Al tramonto le strade sono popolate solo da cani randagi, bambini accovacciati negli angoli, uomini che camminano veloci nel buio, dove l'unica luce è quella di una locanda in cui si serve il prelibato ayran, yogurt cagliato fatto dai contadini dei dintorni. Diyarbakir è inquietante e unica: lasciandosela alle spalle, si ha la sensazione di lasciare un Paese intero.
Sanliurfa, l'antica città sacra di Edessa vicino al confine siriano, è già un altro mondo, dove si parla arabo e i ragazzi affollano negozi di dischi e ristoranti. Fu una delle capitali del cristianesimo d'Oriente prima di essere conquistata dagli arabi, e se Mardin è un piccolo gioiello, ogni angolo di Sanliurfa è un capolavoro, dalle case-museo ai viali alberati che circondano la cittadella, dal bazar alla Dergah, complesso di moschee e giardini che circondano il cortile della Grotta dove si dice sia nato Abramo.
Di fronte alla scuola coranica, c'è un'enorme vasca d'acqua: qui, dice la leggenda, Abramo, dopo aver cacciato gli dei pagani dalla città stava per essere arso vivo dal re assiro Nemrud. Dio intervenne e trasformò i carboni ardenti in carpe: le pronipoti dei celebri pesci popolano le acque della vasca e chi le tocca viene colpito da cecità. Così al tramonto gli abitanti, dopo un tè alla menta nel bazar, si dirigono verso la vasca a lanciare pane ai pesci prima di entrare in moschea: con le leggende non si scherza.
Testo di Michela Gelati










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