Mi rendo conto di quanto sia bella la sera, al ristorante. Il "Parco dei Principi", dove ceniamo, è incastonato sul fianco della montagna e da qui la puoi vedere tutta, Sarajevo. Un firmamento di luci elettriche, una corona di montagne intorno. Ma allora, dicono le guide, il colore del cielo era il rosso. Come il fuoco degli incendi scatenati dalle bombe dei militari serbi. E neanche una lampada accesa, per un misto terrorizzato di miseria e prudenza.
È passato troppo poco tempo. Solo 15 anni. Dal 1992 al 1995 Sarajevo è presa d'assedio dall'esercito serbo. La Bosnia proclama la sua indipendenza e, il giorno dopo, iniziano a sparare i cannoni su una popolazione inerme. Alla fine in città si contano 11mila morti, di cui 2mila bambini. Cosa significa essere assediati, non avere da mangiare, scappare dai colpi dei cecchini, sentirsi in balia di uno più forte? E cosa invece assediare, sparare sapendo che potresti colpire gente come te?
La nostra guida si chiama Nedim, ha 33 anni e non ancora un capello bianco. È vestito come esige il popolo delle vacanze, in una raffinata capitale europea: pantaloni di lino, sandali, camicia colorata e una piccola borsa a tracolla. La sua divisa, oggi, è leggera e spensierata. Ma, quando nel '92 l'esercito serbo cinge d'assedio Sarajevo, ci racconta, lui musulmano bosniaco è in città e ha solo 15 anni. L'anno successivo, ottenuto il permesso dai genitori, si arruola nell'esercito di resistenza e la divisa che mette è quella mimetica del soldato. Per tre anni combatte di palazzo in palazzo, nelle trincee sotto le linee cetniche. Tra i boschi minati delle aspre montagne bosniache, che solo nel 1984 avevano ospitato le Olimpiadi invernali. Poi grazie a Dio finisce tutto; arriva la fragile pace di Dayton, Usa, con le strette di mano tra Clinton e Milosevic. E Nedim si reinventa la vita: mette in piedi un'agenzia turistica, perché Sarajevo, l'Istanbul continentale, crocevia tra Oriente e Occidente, finalmente restaurata torna a risplendere in tutta la sua bellezza di capitale di confine.
All'ufficio turistico di Sarajevo, Nedim lo chiamano per il cosiddetto "Times of misfortune tour", il tour della disgrazia: un itinerario di tre ore che consente di tornare al tempo della città sventrata dai bombardamenti. Per toccare con mano i luoghi della guerra, capire dove fossero asserragliati i cecchini e da dove piovessero le granate.
Il giro inizia a Est della città vecchia, al Latinska Lcuprija, il ponte latino: è qui che nel 1914 venne assassinato l'erede al trono austroungarico, il principe Francesco Ferdinando. Il suo attentato fu uno dei più tragici della storia perché accese la miccia della prima guerra mondiale. Un affare da 16 milioni di morti. Proprio davanti al ponte, si erge la Vijecnica, l'aristocratico edificio della Biblioteca nazionale, orgoglio culturale della città: prima dell'assedio vi erano conservati oltre un milione di volumi. Ed è proprio per colpire al cuore l'identità di Sarajevo che, nell'agosto del '92, nelle prime fasi della guerra, i serbi decidono di bombardarlo. Ancora oggi la biblioteca attende un restauro e la fuliggine intorno alle finestre ricorda l'incendio di allora.
Saliamo sul furgoncino di Nedim, diretti a Nord, il quartiere olimpico: si percorre via Mustafà Baseskija, di fianco alla medievale piazza Bascarsija, l'antico mercato cittadino con al centro la fontana Sebilj, il simbolo più riconoscibile di Sarajevo. Nell'arco di poche centinaia di metri qui svettano il minareto della cinquecentesca moschea ottomana di Gazi Husrev-beg, le cupole della madrassa musulmana Kuršumlija, ma anche il campanile della cattedrale serba ortodossa, quello della cattedrale cattolica e due sinagoghe. Ricchezza spirituale che ha permesso una convivenza tra credenti diversi, durata secoli; e che ha fatto guadagnare a Sarajevo l'epiteto di "Gerusalemme dei Balcani".
Per arrivare allo stadio passiamo davanti al mercato pubblico Markale, la gente è stipata tra i banchi per acquistare frutta e verdura. Nell'inverno del '94 una granata serba lo centrò in pieno: 68 morti e 144 feriti, mai così tanti in un colpo solo. Ho un vago ricordo dei banchi insanguinati, nelle immagini di un tg della sera, quando successe. Il pullmino si inerpica su un'altura vicino al centro sportivo Olimpico Zetra e allo stadio Kosevo, trasformati durante l'assedio in rifugio per le organizzazioni umanitarie. Da qui si vede tutta la citta` e il perimetro delle montagne su cui erano appostati i cannoni serbi. Ti colpisce il fatto che spesso, tra le case, non ci sia un prato vuoto: nei ritagli, filari di lapidi bianche; Sarajevo è la città dei cimiteri. "I morti erano così tanti che li seppellivamo anche nelle aiuole e nei campi da calcio -racconta Nedim-. All'inizio i funerali avvenivano di giorno. Quando i serbi hanno iniziato a bersagliare i cortei funebri, abbiamo iniziato a seppelliredi notte".
Scendiamo: si passa davanti al palazzo presidenziale (dove l'anziano Alija Izetbegovic trascorse tutto l'assedio) e al parlamento. Percorriamo tutta la cosiddetta sniper alley, il boulevard dei cecchini: una lunga e spaziosa linea retta che unisce la città antica, ad Est, con la Sarajevo moderna e l'aeroporto, ad Ovest. È una via essenziale per i movimenti e la comunicazione; un'aorta d'asfalto che indirizza il sangue della città dal cuore alla periferia. I serbi avevano conquistato Grbavica, un quartiere affacciato proprio sulla sniper alley. E i cecchini appostati sull'altro lato, avevano buon gioco a fare strage di donne con le sporte, pensionati, bambini. Una tombola sadica per cui la vittima veniva scelta con il solo scopo del terrore. "Mi ricordo di un casco blu, forse italiano, centrato in piena fronte da un cecchino -racconta Nedim-. Stava andando a soccorrere un ferito". I severi palazzi di stile socialista della via sono ancora laceri di colpi, enormi lenzuoli trivellati.
Il giro termina con la visita del Museo del tunnel, appena oltre l'aeroporto internazionale di Sarajevo, ai margini della città. Durante l'assedio l'aeroporto era controllato dall'Unprofor, il contingente di truppe Onu che si dimostrò incapace di proteggere gli assediati. In città c'era bisogno di tutto: medicine, vestiti, combustibile, armi. Nel corso dei mesi, in segreto, la gente di Sarajevo costruì un tunnel che spuntava al di là della pista di atterraggio, nella cantina di un'abitazione di una famiglia bosniaca consenziente. Largo poco più di un metro, alto meno di due, lungo 760. Scavato con pale e picconi. Progettato da ingegneri privi di computer, con calcoli fatti a penna. Oggi ne sopravvivono solo pochi metri. Il tunnel è stato interrato per motivi di sicurezza aeroportuale. È la città che guarda avanti. E apre le sue braccia, cercando con tutte le forze la normalità dopo la tragedia, a greggi di giapponesi dagli ombrellini colorati. L'invasione, mai così tanto benedetta, del popolo consumista dei turisti occidentali.
Il giro della memoria
Il "Time of misfortune tour", ovvero il giro delle disgrazie, lo propone un'agenzia turistica che si chiama semplicemente Sarajevo Tour e che ha pensato di inserire anche un itinerario di turismo "responsabile", all'interno di un ventaglio di occasioni fatto di visite artistiche ad altre città della Bosnia, rafting tra le onde delle profondissime gole del Neretva o camminate sulle verdi montagne dello Skakavac. O anche una visita al santuario di Medjugorje, in Erzegovina, dove da trent'anni secondo alcuni veggenti e molti fedeli, appare la Madonna. Perché seguire un tour della disgrazia, allora?
Perché, come recita il sito dell'agenzia a nome di tutti gli abitanti di Sarajevo, è fondamentale "scoprire la verità sul più grande assedio del XXI secolo, nel cuore d'Europa. Com'è iniziato e finito. A cosa ha portato e quali sono le nostre speranze oggi".
Testo di Carlo Giorgi










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