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Fedeli a oltranza
Fuggiti dalla "Madre Russia" nel 700, i vecchi credenti vivono in un angolo dell'Estonia. Dimenticati da tutti.

Muoversi o essere mossi? Se alla volte la storia non lascia che queste due alternative, i vecchi credenti estoni hanno scelto la terza: restare fermi. È così da quando, nel 1667, sono arrivati qui. Dove qui sta per le sponde del lago Peipsi, nell'Estonia Sud-orientale, un luogo remoto e non di passaggio a pochi chilometri dal confine con la grande madre Russia. E per una volta è proprio il caso di chiamarla "grande madre Russia", visto che i vecchi credenti sono russofoni in un Paese straniero, rimasti incastrati in queste terre basse per una di quelle giravolte della storia che di tanto in tanto sposta i confini infischiandosene di chi li abita.

I vecchi credenti, o staroviertsii come sono chiamati in russo, si rifugiarono qui in fuga delle persecuzioni di Pietro il Grande, ansioso di sbarazzarsi di questi tenaci tradizionalisti. Perché infatti altro non sono che una setta di ortodossi scismatici che non ha accettato le riforme ecclesiastiche introdotte a metà del Seicento dal patriarcato di Mosca. All'epoca, il patriarca Nikon voleva unificare i tanti testi liturgici e le diverse pratiche in uso nella chiesa russa. Così corresse i passi dei testi sacri in disaccordo con l'originale greco, cambiò grafia al nome di Gesù e il modo di fare il segno della croce. Gruppi di preti si opposero e vennero rimossi dall'incarico, ma alcune congregazioni di fedeli resistettero e continuarono nell'uso delle antiche pratiche. E quando iniziarono le persecuzioni presero con sé le icone del dissenso, le croci con i tre bracci e libri sacri e si spostarono ai margini occidentali dell'impero per poter continuare a praticare a loro modo la religione.

Da allora non se ne sono più andati dalle rive del grande lago Peipsi (Chuddskoye per i russi), rispettando il verbo non scritto di farsi notare il meno possibile per non incappare in ulteriori persecuzioni. Un comandamento seguito alla lettera: per secoli i vecchi credenti hanno limitato al minimo i contatti con l'esterno, cercando di mantenere coesa la comunità grazie al rispetto delle tradizioni. Uno stoico silenzio che forse è stata la loro forza. Forza paradossalmente data anche dal numero: troppo esiguo per dar davvero fastidio a qualcuno. E oggi, se possibile, sono ancora meno. In Estonia sono rimasti in15mila, in prevalenza anziani, sparpagliati in una manciata di villaggi costieri dall'aspetto sobrio e trasandato che sorgono a una trentina di chilometri da Tartu, la seconda città del Paese. Per incontrarli bisogna andarli a cercare: fare una deviazione dalla strada che unisce le basse dune del mar Baltico con il Sud dell'Estonia. I vecchi credenti disdegnano la strada principale.

Ad accogliere i viaggiatori la signora Zoya Ivanovna Kutkina, che fa la sua bella figura mentre attende sul cancello della piccola chiesa di Varnja. Non alta, non grassa, ha un fazzoletto colorato per coprire la testa e un sorriso bonario che risplende al sole, come usano nell'Est Europa, quasi che la vera ricchezza si misurasse in denti dorati. Racconta con brevi cenni la storia della sua gente e apre le porte della chiesa, cuore della comunità. È una piccola struttura in legno come tutte le case della zona. All'esterno, sulla parete, una croce con tre braccia trasversali, di cui l'ultimo in basso inclinato: serve come monito. Se non si è ben convinti della natura divina di Cristo si scivola verso l'inferno. Ma se lo si crede, si risale verso il Paradiso.

All'interno la chiesa è ben tenuta ma spoglia. È vietato fotografare e la signora non si raccomanda altro: "È un precetto della nostra religione". Che prevede che si venerino solo le immagini sacre realizzate secondo le norme dell'iconografia della Russia antica o bizantina e non accettano di venerare copie fotografiche o stampate. Tanta attenzione si spiega perché lei, la signora, è "il prete" del villaggio. "Noi non crediamo nella gerarchia ecclesiastica, non ne abbiamo una. Il pastore viene scelto nella comunità: è eletto", sottolinea con orgoglio. "Quello che c'era prima è morto anni fa, e gli altri uomini anziani proprio non se la sentivano di sostituirlo. Così abbiamo discusso e sono stata scelta io", dice. "All'inizio è stato faticoso, soprattutto perché le nostre funzioni sono molto lunghe, durano il doppio di quelle normali, e sono tutte in russo antico. Dopo le cerimonie ero sfinita, ma adesso mi sono abituata". E felice mostra che cosa si intende per funzioni faticose. Apre un Vecchio testamento e inizia a leggere. Più che una lettura è un canto cadenzato, che pare una di quelle cantilene ripetute durante le cerimonie solenni.

Per queste genti la religione sembra essere il principio e la fine di tutto. Di certo non sono intraprendenti e dinamici come gli estoni, che anche ai tempi dell'Unione Sovietica godevano del tenore di vita più alto di tutto il Paese. Un secolo fa i vecchi credenti vivevano coltivando aglio e cipolle che vendevano nei villaggi vicini. Adesso vivono coltivando solo cipolle, perché la concorrenza dell'aglio cinese venduto a poco più di nulla si è fatta sentire anche qui. Ancorati alle proprie tradizioni, sembrano accontentarsi di vivere di quelle.

Allora non rimane che cercare altri luoghi dove trovare testimonianze della loro cultura. Come i cimiteri: un misto tra la voluta trasandatezza di quelli ebraici e il giardino verde di quelli protestanti. Le tombe sono allineate in apparente disordine, ma curate con attenzione, soprattutto nel periodo di Pasqua, quando uno dei precetti religiosi impone di far visita ai parenti deceduti. Oppure il piccolo museo del villaggio di Kolkja: tre ordinate stanzette ricavate nel retro della scuola del villaggio, dove un'altrettanto ordinata signora insegna, rigorosamente in russo, l'abc delle usanze religiose del suo popolo e mostra vecchie immagini.
Nella loro scolorita decadenza i villaggi del lago Peipsi hanno un certo fascino andato. Una decadenza che iniziano ad avvertire anche i Vecchi credenti. "Ora i nostri giovani emigrano", racconta Zoya. "Non vogliono più stare qui a coltivare cipolle e vanno in città. Dimenticano le nostre tradizioni e trascurano la religione. Andando avanti così mi chiedo che fine faremo?". Domanda dostojevskiana cui è difficile dare risposta.

Testo di Osvaldo Spadaro

 

 

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