Un Paese diverso a ogni fermata. Sali a Times Square sulla linea 7 della Subway, la metropolitana di New York aperta sette giorni su sette, 24 ore su 24, e dimentichi i grattacieli, ti lasci alle spalle le gallerie d'arte di Soho, l'atmosfera del Greenwich Village, la città delle luci. Sali sulla metro e il mondo intero aspetta al di là dell'East River, lungo i binari della linea ribattezzata "International Express Train" che attraversa il Queens, il distretto più grande della metropoli, dove vivono 150 etnie diverse: stranieri arrivati negli Stati Uniti da decenni ma che in questi quartieri di case basse hanno trovato la loro rivincita, il loro quotidiano ritorno in patria. A lingue che non hanno mai dimenticato, alle spezie dei mercati di paese e alle famiglie lontane in qualche cittadina nel cuore dell'Irlanda o nella vecchia Delhi. Ed è in questa meravigliosa follia di negozi messicani, cinema indiani, insegne in ideogrammi coreani, birra irlandese, ristoranti greci e profumi di cannella, curry e zenzero, la grandezza vera dell'America, il sogno che è stato dei nostri nonni e bisnonni.
Il percorso della linea 7, costruita da lavoratori stranieri nei primi anni del Novecento, era stato studiato proprio per redistribuire la popolazione, allora concentrata soprattutto a Manhattan, in zone meno affollate della città. All'epoca il Queens era un'area rurale ricoperta di prati e paludi con poche fattorie sparse, mentre gli stranieri erano costretti ad ammassarsi nei vecchi caseggiati del Lower East Side, la parte Sud dell'isola. La metropolitana portò così molti immigrati a trasferirsi nel Queens, da dove potevano raggiungere il centro in modo veloce ed economico. E proprio lungo i binari sopraelevati del treno sono nati i quartieri etnici, vere e proprie piccole città.
A partire da Astoria, che dopo un passato di zona industriale, dagli anni Cinquanta ospita la più grande comunità ellenica al di fuori della Grecia. Prima di loro, tra fine Ottocento e inizio Novecento, qui c'erano gli italiani: pizza e pasta hanno lasciato il posto a ouzo, foglie di vite ripiene, tzatziki. Da "Uncle George", uno dei ristoranti greci più famosi di New York, l'atmosfera è quella di un pomeriggio di sole in riva al Mediterraneo: tovaglie a quadri, vino, yogurt e miele, mentre fuori magari nevica e Atene è distante migliaia di chilometri.
Basta allontanarsi di poche strade e in Steinway Street, tra la 28esima e Astoria Boulevard, si arriva sulla sponda opposta del Mediterraneo tra caffé libanesi, empori siriani, sapori tunisini e marocchini. Dagli anni '90 Astoria ha visto crescere anche la sua popolazione dell'Est Europa, con massicci arrivi da Bulgaria, Bosnia, Albania. Mentre alle spalle dei quartieri arabi, lungo la 36esima Avenue, è il regno dei brasiliani.
Se invece avete voglia di Irlanda, scendete a Woodside Avenue: nei pub la Guinness è ottima e il calcio regna sovrano prendendosi una piccola rivincita nella terra del baseball. Qui, fin dal primo Novecento, si incontrano tradizione irlandese e americana, anche grazie a organizzazioni come il "Woodside's Emerald Isle Immigration Center", fondato per aiutare gli immigrati irlandesi a trovare casa e lavoro nella Grande Mela.
Se i pub non sono abbastanza esotici, scendete alla fermata di Jackson Heights, Asia: è la Little India, cuore della comunità indiana, pakistana e bengalese. Vetrine di dolci al pistacchio, supermercati affollati di sikh con turbante e donne con il sari. La musica regna incontrastata, perenne sottofondo al rumore del traffico e al muoversi indaffarato dei passanti: nei cinema la programmazione è dedicata a film di Bollywood, mentre per comprare cd di musica electro-pop indiana il posto giusto è il Raaga Super Store sulla 74esima strada. E dopo un giro al Butala Emporium si può fingere impunemente di essere stati in India invece che a New York, comprando statue del dio elefante Ganesh, incensi e strumenti musicali. Poi dalla 74esima girate a destra sulla 37esima avenue: dagli anni Cinquanta ai Settanta erano strade dei colombiani, ora ci sono argentini e spagnoli.
Il capolinea dell'International Express Train è Flushing: ora è Koreatown, ma qui nel 1600 i quaccheri si incontravano clandestinamente per sfuggire alle persecuzioni del governatore olandese, e si rifugiavano molti schiavi in fuga dagli Stati del Sud. Il collegamento con il treno arrivò nel 1854 e la metro nel 1928, ma il quartiere era in decadenza, al punto che lo scrittore Francis Scott Fitzgerald, nel suo capolavoro "Il grande Gatsby" lo paragonò a una "valle di ceneri". L'Esposizione universale del 1939 lo fece rinascere trasformandolo nella zona prediletta da grandi musicisti jazz come Louis Armstrong.
Ma un italiano non può che finire il suo viaggio sulla 7 nel quartiere Corona, dove c'è ancora una comunità italoamericana molto unita: nei bar si guardano le partite, a Natale ci sono i panettoni in vetrina e i nonni giocano a bocce nel parco rinominato "Spaghetti Park". È questo il bello del Queens e il lato splendido di New York: che siate italiani, indiani, greci o coreani, prima o poi girando un angolo, entrando in un negozio, scendendo dalla metro in una notte qualunque, vi sentirete a casa.
Testo di Michela Gelati










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