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Passo dopo passo
Tra Svizzera e Italia, un itinerario d’altri tempi oltre i Duemila metri. Sulle strade dove osano gli eroi del pedale.

All'ultimo tornante spunta un ciclista. Piove. Poco, ma piove. Di quella pioggia fine che segna appena il vetro, per cui un colpo di tergicristalli basta. La stessa pioggia che non serve a lavar via la fatica di chi sullo Spluga sale in bicicletta. E infatti mentre lo si sorpassa in macchina lo sguardo del ciclista è un misto di fatica e odio. Ha ragione. La montagna è più sua che nostra. Più sua, che la scala a bordo di un sellino, che di chi scala solo le marce. Del resto, da quando esiste il giro d'Italia i nomi di queste montagne sono entrati nella testa di chiunque come le salite del Giro. Ogni nome una tappa, ogni tappa un eroe.

Spluga, Maloja, Bernina, Julier, Stelvio, Albula, Gavia, Forcola, Mortirolo: tra la provincia di Sondrio e il canton Grigioni svizzero si concentrano una dozzina di passi, tutti intorno ai 2mila metri. Da soli sono un buon motivo per organizzare un itinerario di qualche giorno in cerca di una vertigine passata. Un saliscendi che sarebbe da fare a pedali, perché la macchina toglie quell'eroica poesia che c'è nell'affrontare queste chilometriche ascese in bicicletta, o a piedi. Ma assodato che tutti abbiamo dei limiti fisici e scalare un passo alpino non è certo uno scherzo, farlo in macchina dà lo stesso un briciolo di soddisfazione. Perché su queste salite, il viaggio è la strada stessa. A nominarli senza averli risaliti, questi passi valgono il nome di migliaia di città pronunciate, con distacco e professionalità, dall'altoparlante all'aeroporto. Senza pensare che quei nomi per qualcuno possono avere un significato e una storia. Perché, per chi li ha scalati, sono tappe nella memoria, stellette da appuntare sul petto come battaglie passate indenni.

Oramai le Alpi non si valicano, si attraversano. Da anni i passi hanno perso la sfida con i tunnel: nell'epoca in cui ciò che conta è arrivare, non andare, il percorso filante dei tornanti diventa un anacronismo, faticoso ed economicamente non conveniente. E il tempo è denaro. Per lavoro li percorre giusto qualche autotrasportatore dell'Est che vuole risparmiare sull'autostrada e i frontalieri che vanno a lavorare in Engadina, negli alberghi a cinque e più stelle di Saint Moritz.

Per secoli non è stato così. La via Spluga era tra le più battute da chi dalle terre italiane si dirigeva verso il lago di Costanza. Si scollina a 2.114 metri e si scende nella valle del Reno superiore, porta per l'Europa tedesca. Sulla strada lastricata le carovane di muli trasportavano sale e merci varie. Mentre lo Stelvio, prodigio dell'ingegneria austro-ungarica progettato nel 1822 da Carlo Donegani, doveva servire per mettere in comunicazione Glorenza e la val Venosta con Milano. Donegani disegnò 48 tornanti che dal lato altoatesino servono a superare un dislivello di 1.848 metri in una ventina di chilometri: musica per gli scalatori su due ruote, tormento peri radiatori.

Sono strade estive, queste. Da maggio a fine settembre i passi ritrovano la vita che avevano perso. Nel fondovalle i cartelli che segnalano l'apertura passano dal rosso "chiuso/geschlossen", al verde "aperto/offen". E dire che a inizio Novecento erano aperti tutto l'anno: anche lo Stelvio con i suoi 2.758 metri. Ora sono aggrediti da orde di tedeschi in gita di piacere, in motocicletta. Vien da pensare che abbiano qualche legame particolare con queste strade, o forse solo invidia: da loro strade così alte e filanti non se ne trovano. Sono talmente tanti che in Alto Adige da anni propongono di istituire dei pedaggi per chi sale sui passi. In Austria già l'hanno fatto: sul Rombo e lungo la Grossglockner-Hochalpenstrasse.

Anche se poi, in molti dicono che i passi non sono più quelli di una volta. Ma lo si dice di ogni cosa, del resto. Di certo l'apertura delle frontiere ha tolto un po' di fascino all'attraversamento. "Buongiorno. Documenti, prego. Dove siete diretti? Qualcosa da dichiarare? Bene, potete andare. Buon viaggio".

Da bambini era un rituale elettrizzante e piacevole, soprattutto dopo che l'avevi superato. Dava al viaggio quel senso di esotico: sembrava di incedere in terre straniere. Una sensazione che adesso è venuta meno. Rimane intatta invece l'abitudine di fermarsi al primo negozio utile per comprare il Toblerone, quasi che qui fosse comunque più buono. Sia come sia, la scelta migliore è arrivare in cima quando annotta. Guardare in basso dove è già buio e poi guardare in alto. Rimanere a contemplare l'azzurro caldo del cielo, mentre il sole cade appena oltre le vette dal profilo scuro e seghettato. Ascoltare quei sovrumani silenzi portati dal vento. Provare a distinguere il fischio di una marmotta. Sperare, senza successo, di avvistare qualche animale, magari un camoscio. E poi prendere una stanza in un rifugio a bordo strada. Fermarsi a mangiare qualcosa di sostanzioso quando gli altri sono già scesi a valle. Allora nelle sale dei ristoranti sembra di stare in un ritrovo intimo dalla convivialità accentuata e viene da pensare che un tempo tutte le locande di posta dovessero essere luoghi così: con la gente che scambia pareri sulla salita, sul percorso fatto e su quello che deve ancora fare. Mentre in qualche angolo vicino al bancone, guardando un barometro che tende al brutto, si parla del tempo: "Quassù cambia sempre e ci vuole niente che nevichi".

In Svizzera capita spesso che questi posti si chiamino hotel Posta, e che fuori ci sia una fermata di pullman gialli che ogni giorno  Attraversano le Alpi. Sono un servizio pubblico duplice e antico: portano in giro lettere e persone e mettono in comunicazione tutte le comunità che vivono nei diversi versanti della Alpi. Alcune -come la val Bregaglia o la val Poschiavo- geograficamente sarebbero Italia, se solo la geografia contasse qualcosa nel disegnare i confini. E invece finisce sempre che la storia metta le barriere laddove la geografia le aveva dimenticate.

Così quando si sale sullo Spluga c'è sempre qualcuno che fa notare come qui si sia a un passo dal cuore orografico d'Europa. Le acque che scendono sul versante settentrionale finiscono nel Reno e risalgono fino al mare del Nord. Quelle dal versante Sud finisco dritte nel Mediterraneo. Mentre basta spostarsi di pochi chilometri, qualche valla più a oriente, in Engadina, e le acque di sorgente confluiscono nell'Inn, di qui nel Danubio per sfociare nel mar Nero. E sarà forse per questo che salire in cima ai passi mette voglia di viaggiare, di andare oltre. Di continuare la strada fino alla prossima pianura, dietro l'ennesimo, ultimo tornante.

TESTO DI OSVALDO SPADARO

 

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