A guardarla così, dall'altra parte dello Stretto, da quattro chilometri di distanza, Messina non è bella. È bellissima. Vista dalla Calabria sembra la prima porta del Paradiso. Quando appare in lontananza, dietro a una curva, appena fuori da una galleria, sui treni e nelle macchine degli emigranti cala il silenzio. Si spengono le conversazioni ad alta voce e si rimane a guardare la Sicilia che si avvicina. Riposti i panini, appallottolati i giornali lisi, si respira profondo. Di solito si sente qualcuno che sospira: "Mai più. L'anno prossimo scendiamo in aereo". Dove il verbo scendere non sta solo per una discesa geografica, ma anche mentale: alla ricerca di se stessi e del proprio passato.
Ma poi si va al finestrino e non si riesce a togliere lo sguardo da Messina. Dai monti Peloritani che fanno da cornice al profilo irregolare della città, lunga e distesa sul mare, a un passo dal Tirreno, a un passo dallo Jonio. Malgrado tutto non si può non fissare lo scheletro del pilone Enel, che bianco e rosso troneggia sul laghetto di Ganzirri. Se la Sicilia fosse davvero diventata la 51a stella americana come sognavano negli anni Cinquanta i militanti dell'Evis, l'esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia, probabilmente sarebbe stata un'attrazione per turisti. Invece è una piramide di ferro brutta, ma romantica. Sovrasta quel lago dove un tempo si coltivavano cozze e si mangiava il miglior pesce della città. Poi saltò fuori una storia poco chiara di colera e la passione per i ristoranti di Ganzirri svanì.
Quando ci si imbarca a Villa San Giovanni e si attraversa lo Stretto, anche Messina alle volte sembra svanire. Il traghetto, quello grande, prima di indirizzare la prua sulla Sicilia, compie quasi un giro completo su se stesso e confonde l'orientamento. Le luci della città sono prima tremule, poi sempre più fisse. Alla fine si distingue nitidamente il profilo dei grandi palazzi sul lungomare, quello del Duomo sulla collina; la scritta Martini, rossa e blu, vicino alla stazione Marittima; sulla destra, la Fiera Campionaria, accanto l'attracco della Caronte. Immagine dopo immagine ognuno ricostruisce la propria geografia del cuore, pensa alla prima partenza, all'abbandono, agli abbracci che riceverà, al cibo che troverà pronto nella cucina di casa. Poi, quando si è arrivati, sulla sinistra sfila la statua della Madonnina, con l'arsenale militare alla spalle. Ogni volta i figli fanno la stessa domanda. Che c'è scritto? E ricevono sempre la stessa risposta: Vos et ipsa civitatem benedicimus. Più che una benedizione sembra un arcano modo di dire "benvenuti".
Succede dunque che Messina sembri sempre bella, se vista dalla nave. E sembra sempre che ci sia un'altra aria, un altro mondo ad attenderti, un'altra vita, di certo migliore. Invece poi sbarchi nella Messina reale e allora benvenuti nella solita Sicilia, incompiuta e disordinata. L'isola composta di isole, che si specchia con orgoglio nei suoi errori. E uno pensa che se Messina invece di essere la porta della Sicilia fosse la porta di Taiwan, del Giappone o anche solo del Friuli non ci sarebbe quella perenne confusione alla stazione Marittima. I portelloni per lo sbarco dei passeggeri non funzionano da quando sono stati inaugurati. E allora si scende dal portellone delle macchine, quando non da quello dei treni. Ad attendere, sulla terraferma, un muro umano di parenti, amici, conoscenti che aspettano per traghettare ancora la gente da qui al resto della Sicilia, così vicino ma ancora così lontano. Messina finisce per essere semplicemente un punto di transito, una soglia più che una porta. Quasi che ci fosse qualcuno che esorta a non stare su questa soglia ed entrare, andare altrove. Da un lato verrebbe da dire peccato, perché una città che sorge in un luogo così non può che essere bella. Dall'altro perché fare altrimenti?
Il disordine organizzato di Messina riesce indigesto anche al più ben disposto dei turisti che spererebbe di trovare qui l'antipasto della Sicilia mitologica. Invece sembra quasi che Messina non abbia nessuna delle attrattive del resto dell'isola. Architettonicamente è il frutto del terremoto del 1908 e della successiva ricostruzione. Vista dall'alto la pianta dalle vie ortogonali assomiglia al reticolo ordinato dell'avenida Diagonal, a Barcellona. Peccato che qui l'ordine sia solo sulla carta. L'abusivismo ha disegnato un'altra città spontanea che si è sovrapposta alle griglie degli architetti e dei pianificatori. L'impressione è sempre che non ci sia alcunché di pianificato, a Messina. Forse solo la scempio con cui metodicamente è stata aggredita la sua periferia, le colline di macchia mediterranea che la cingevano. Qui negli ultimi vent'anni sono sorti quartieri di case tutte uguali nella loro povera bruttura. Qui ogni estate si brucia quel che resta dei boschi per fare spazio alle prossime costruzioni ad alveare.
Così il paesaggio martoriato distrae dalle vere bellezze della città, quelle che spuntano agli angoli delle strade, quelli che trovi in ordine dentro la vetrina di una tavola calda, scritte nel menu di un qualsiasi bar. In inverno ogni tanto l'odore del mare si mescola ancora al vapore unto delle stigghiole, le interiora di agnello cotte alla brace in baracchini all'aperto. Accanto, sempre sulla strada, campeggiano camion di venditori di arance, che le svendono a 5 euro la cassa, così come vengono a poco i carciofi e le verdure di stagione. Intorno il traffico è sempre in moto, come le acque mosse dello Stretto, attraversate da forti correnti che disincentivano almeno quanto il lungomare urbanizzato e le spiagge tutt'altro che attraenti. Però andare verso il mare, cercare uno squarcio nel tessuto urbano in cui vedere lo Stretto dal lato opposto è una delle grandi attrazioni della città. Trovare un angolo senza vento e stare a guardare la Calabria, l'Aspromonte, il Continente. Ammirare le navi che scalano dal Tirreno allo Jonio e viceversa. Sedersi a un tavolo all'aperto, ordinare una granita al caffè e guardare lo Stretto è la soddisfazione più grande che può regalare Messina. A pensare che quando faranno questo benedetto Ponte il paesaggio cambierà, viene male. Peccato, perché Messina una volta era una bella città.
TESTO DI OSVALDO SPADARO
Per saperne di più, leggi "Il trekking no-ponte"











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