Turismo responsabile
C'erano una volta i khmer
La Cambogia tra templi millenari, campi minati e palafitte: cronaca da un Paese in cerca d'identità

 

Sul lungofiume di Battambang c’è la statua di un uomo-serpente. “È il simbolo della nostra vittoria” dice Kimsan, operatrice dell’ong Ada (Agricultural development project) e prima donna cambogiana a laurearsi in veterinaria. Indica con orgoglio la scultura del “naga”, costruita con le 2.733 armi che il governo ha sottratto alla popolazione tra il 2005 e il 2007, ma quando spiega che in cambio sono stati promessi aiuti economici e un futuro di pace, distoglie lo sguardo. La guerra, in Cambogia, non è ancora argomento da libro di storia ed è difficile trovare qualcuno che ne parli volentieri. Soprattutto qui, nella regione NordOccidentale, roccaforte dei khmer rossi per tutta la guerra civile, fino alla morte di Pol Pot nel 1998. 

La promessa di pace, però, è stata rispettata: davanti alla statua ci giocano i bambini, mentre i ragazzi si ritrovano per le lezioni di aerobica e i venditori offrono ai passanti banane grigliate. Ovunque si sente il profumo dolciastro del riso e del latte di cocco

Per chi arriva dalla caotica capitale, Phnom Penh, la cittadina di Battambang appare insolitamente tranquilla e silenziosa. I turisti si ritrovano tutti negli stessi ristoranti, e molti degli occidentali che s’incrociano per strada lavorano per le ong. Gino Strada, nel 1998, ha deciso di aprire qui, in una delle aree più minate al mondo, il centro chirurgico “Ilaria Alpi”. Per raggiungere l’ospedale, con i suoi inconfondibili muri bianchi, basta chiedere un passaggio a uno dei tanti ragazzi che guidano i tuk-tuk, le motociclette con il rimorchio

A Bunhang, 23 anni, brillano gli occhi quando sente parlare di Emergency, e racconta con orgoglio di essere a sua volta legato a una ong, la Knk network, che aiuta i ragazzi di strada. A lui hanno affidato il tuk-tuk, perché cominciasse a guadagnare qualcosa mentre finisce gli studi. “Mi sposerò soltanto quando avrò un lavoro sicuro -spiega-: voglio diventare una guida turistica, l’ho desiderato dal primo giorno di scuola”. 

Nell’attesa che il futuro arrivi, Bunhang porta i turisti a visitare i templi attorno alla città o a fare una corsa sul treno di bambù, una specie di zattera che corre sferragliando sulle rotaie finché all’orizzonte non appare il treno vero. Ma non succede quasi mai: affidarsi alle ferrovie per spostarsi in Cambogia è quantomeno sconsigliato. Molto meglio gli autobus, che sulle tratte principali sono frequenti e affidabili

Le strade meno battute, però, sono tutta un’altra storia. “Oggi qui non ci sono problemi, ma domani chissà” dice Vuthy, un collega di Kimsan, mentre guida un fuoristrada su un’ampia pista rossa piena di buche. Organizzare un’escursione sulle montagne al confine con la Thailandia, per pranzare insieme ai contadini e visitare una piantagione di durian (frutto dolcissimo e maleodorante), non è sempre facile. “Bastano poche ore perché tutto cambi” spiega Vuthy. E non appena finisce di parlare, quasi a dargli ragione, comincia a piovere. Il ponte appena attraversato non sembra più così sicuro. Ma Vuthy è certo che andrà tutto bene, e non viene smentito, perché i cambogiani conoscono il loro cielo meglio di qualsiasi stazione meteorologica.

Questione di sopravvivenza, verrebbe da pensare, dal momento che la vita quotidiana è ancora influenzata dagli eventi atmosferici. Ma c’è da dire una cosa: pioggia o non pioggia, in un modo o nell’altro si arriva sempre. Basta non avere fretta. E alcuni spostamenti, come il tragitto via acqua da Battambang a Siem Reap, possono rivelarsi un’esperienza unica. Nelle 6 ore di viaggio (9, nella stagione secca) si naviga tra risaie e palafitte, barche cariche di sacchi e bambini che ti salutano a gran voce prima di tuffarsi ridendo nelle acque del Tonlé Sap, il più grande lago del SudEst asiatico

Avvisando per tempo l’equipaggio, è possibile fermarsi a metà strada nel villaggio galleggiante di Prek Toal, per visitare insieme alle guide del progetto Osmose gli orti su zattera, gli allevamenti di pesci e la riserva avifaunistica.

Nelle case dove si viene ospitati, dopo il tramonto, c’è una quiete quasi surreale, e con le famiglie si comunica soltanto a gesti e sorrisi. Qualcuno accende il televisore, alimentato da una vecchia batteria, ma in molte abitazioni lo schermo rimane spento e l’unico elemento che riporta al presente è il suono dei cellulari, che fanno rimbalzare le voci dei ragazzi da una casa all’altra, mentre il verso insistente dei gechi culla il villaggio fino al mattino. 

I coccodrilli allevati nelle gabbie, invece, sono silenziosi. Ma tu sai che sono lì fuori, e ogni tanto ci pensi, rigirandoti sul materasso steso sul pavimento di legno, accanto alle amache dei padroni di casa. Che al mattino siederanno con te sotto il portico, ad ammirare lo spettacolo delle prime barche che scivolano nella luce dell’alba.

Dopo colazione, si parte alla volta di Siem Reap, per visitare una delle meraviglie del mondo. Costruiti oltre mille anni fa, inghiottiti dalla giungla dopo la fine dell’impero khmer (802 - 1218) e riscoperti dai francesi nell’Ottocento, oggi i templi di Angkor sono stati affidati a una compagnia petrolifera.

L’antica capitale della Cambogia, che dovrebbe prima di tutto appartenere alla gente, è un luogo magico, da visitare al sorgere del sole e al tramonto, magari in bicicletta, evitando le folle dei turisti che si mettono in posa davanti a ogni pietra. Servono almeno due o tre giorni per gustarne fino in fondo la bellezza. E la sera, dopo una cena a base di amok (curry di pesce in foglia di banano), si può assistere a un concerto di Beatocello, medico svizzero che ha aperto nel Paese diversi ospedali pediatrici. Si ascolta musica classica in una sala elegante, ma Beat “Beatocello” Richner è uno che parla chiaro, e tra un brano e l’altro riesce a raccontare la Cambogia di cui ci si era dimenticati passeggiando tra i ficus strangolatori e le meraviglie di Angkor: uno stato povero, eppure splendido, che sconfitti i fantasmi della guerra deve lottare contro corruzione e ingiustizia sociale.

TESTO DI: MARA PACE

 

Eventi
Rubriche