Le città belle non hanno fascino. Quelle cadenti e malridotte, sì. Le città belle assomigliano maledettamente a quei compagni di classe diligenti, intelligenti e con la camicia sempre stirata. Quelli sani di principi e retti di comportamento di cui è impossibile parlar male, ma che non diventeranno mai l’amico del cuore. Bene. Bolzano è una città bella. Impossibile dire il contrario. Impossibile non sospirare davanti ai balconi con i gerani perennemente in fiore. Non rimanere a bocca aperta davanti alle vetrine dei panifici, ai giardini ordinati, alle case ben tenute. Difficile non pensare “qui ci vivrei”. Difficile, anche, non pensare “non vedo l’ora di andare via”, una volta che qui si vive. È una città -invero una piccola città- in cui è piacevole andare, fermarsi tre, quattro giorni, passare del tempo a godere del mondo come dovrebbe e potrebbe essere. Poi basta. Perché? Secondo qualcuno è troppo simile a una cartolina a colori con la scritta grande, in basso: Willkommen, benvenuti. Troppo simile alla bella copia della realtà: perfetta e immobile. Eppure, se si devono prendere per vere le annuali classifiche di vivibilità, Bolzano è davvero il posto ideale dove vivere. Ma sono pur sempre numeri e forse non raccontano tutto. Meglio metterci il naso.
Arrivando in treno da Sud, dopo aver risalito la valle dell’Adige lasciandosi alle spalle il Trentino e il vigneto perenne che occupa il fondovalle, ci si fa una prima idea di Bolzano/Bozen, perché è così che si deve chiamare, col doppio nome. Si vedono le tante fabbriche moderne che le fanno da corona, i quartieri popolari di oltre Adige che la fanno assomigliare a una città padana ma dotata di pannelli solari e altri accorgimenti sostenibili ed ecologici, e infine si arriva al centro. E allora si capisce che qualcosa è cambiato, che si è davvero in un posto diverso. Sarà per i chioschi che fuori dalla stazione reclamizzano meraner e semmel, ovvero würstel (di Merano) e panino, da mangiare in piedi con uno schizzo di senape. Sarà perché i palazzi moderni riescono a non essere brutti, ma quasi aggraziati. O perché scesi dal treno l’autoparlante ripete “Bozen Bahnhof”, ma appena entri in centro a Bolzano si respira un’altra aria. Come a Chiasso appena passata la frontiera. Quel qualcosa che è cambiato è forse la spiegazione più semplice per capire come mai Bolzano sia tanto bella. L’appartenere in buona parte a una cultura diversa la rende attraente e affascinante, di certo esotica. Cambia la foggia dei palazzi, i campanili sono a cipolla, il buongiorno si declina Grüssgott, l’ordine architettonico diventa prassi, le montagne intorno non sono tempestate di seconde case e così il primo sguardo regala un innegabile senso di armonia.
Ma per capirla meglio, Bolzano/Bozen, occorre andare oltre e cercare qualche dissonanza. In una terra mista in cui l’integrazione assoluta è ancora un miraggio, nonostante in Europa si studi il modello altoatesino, è un fiume a fare da confine e a rompere, metaforicamente, l’armonia. Il Talvera, un torrente che scende da Nord e si butta nell’Adige, segna lo spartiacque tra la città tedesca e quella italiana. Tra la storia tirolese e settant’anni di Italia ci sono i prati all’inglese del lungo Talvera, i giardini aperti dove in estate la gente prende il sole e i percorsi ciclabili super trafficati. Sul Talvera Alex Langer, pacifista d’altri tempi scomparso nel 1995, attuò la sua originale forma di protesta contro il censimento etnico: si mise sul ponte pedonale che lo attraversa e chiese a tutti il passaporto. Nonostante questo, dal 1981 l’obbligo di schedatura etnica va avanti lo stesso, come sancisce l’articolo 89 dello Statuto di autonomia. Serve ad assegnare i posti di lavoro della macchina pubblica applicando la proporzionale etnica: ogni 10 posti, sette ai tedeschi, due e mezzo agli italiani e un mezzo posto anche ai ladini, minoranza tra le minoranze. Una separazione civile, evoluta, ma pur sempre una separazione che mantiene l’armonia anche se suona stonata. Tanto che l’Unione europea ha condannato l’Italia. Una scelta che -va detto a onor del vero- è servita a mettere a tacere le bombe che negli anni Settanta ravvivavano le nottate dell’intero Alto Adige.
L’armoniosa separazione la si realizza distintamente non appena ci si spinge fuori dal ridotto del centro storico di stretta osservanza sudtirolese. Oltre il Talvera, appunto. Se si va al quartiere Don Bosco, cresciuto ai margini di quello che era il quartiere littorio, quello con casette e orticello stile Predappio, oppure guardando l’immenso bassorilievo col Duce a cavallo che adorna il palazzo di Giustizia, si trovano i segni dell’altra Bozen, quella coloniale. Quella che difende con un referendum la controversa piazza della Vittoria. Quella che vive a Sud del Talvera e ancora capisce poco l’altra parte, e non tanto per la lingua.
Eppure, nonostante le continue tensioni sopite ma non latenti, si respira una magnifica calma, a Bolzano. Non di quelle irreali che precedono le tempeste, o seguono i fortunali. È calma allo stato puro. Si direbbe la tranquillità dei giusti. La si respira guardando la gente che in bicicletta va verso piazza delle Erbe e fa la spesa ai banchetti del mercato, salutandosi come in qualsiasi paese, senza poi badare troppo alle distinzioni etniche. Perché alla fine qui, in città almeno, la segregazione è più nelle cose che nei comportamenti, più nella topografia che nella vita delle persone. Questa calma la si vede nel bar dell’Università libera, moderna istituzione trilingue che con il suo profilo di design si affaccia su Dominikaner platz. O lungo via dei Portici, dove si va a fare acquisti e a farsi vedere.
Certo, la sera Bolzano è fin troppo tranquilla. Qui la vita chiude alle 19, rintanata a doppia mandata nelle stube (le stanze rivestiste di legno), dietro finestre dai doppi vetri. Alle volte passeggiando si sentono solo i propri passi, i fiumi che scorrono non troppo lontani, il rintocco dei campanili che battono l’ora. Per trovare confusione tocca andare nei giorni dei mercatini di Natale. Una tradizione molto teutonica che per la città è diventata come il 15 di agosto per una località di mare: un’occasione d’affari, ma anche un incubo. Al punto che qualcuno è arrivato a proporre una moratoria: basta mercatini per qualche anno, almeno fino a quando la moda non passa. Per ora a dicembre l’appuntamento è confermato. Ma se volete godervi Bolzano/Bozen non andateci. Negli altri giorni è più bella.
INFO
Il bello dell’Alto Adige è che ovunque hai sempre l’impressione, rara nel resto d’Italia, di pagare il prezzo giusto per quel che stai ricevendo, sia nei ristoranti che negli alberghi. Se dovete mangiare solo una volta a Bolzano andate al Hopfen (Obstplatz 17, www.boznerbier.it) dove fanno la birra Bozner e servono tipici piatti altoatesini a un prezzo neanche a dirlo corretto. Per dormire cercate quello che più fa per voi sul sito del consorzio turistico cittadino bolzano-bozen.it, troverete davvero tutto. Se non avete in programma gite in montagna, per arrivare a Bolzano meglio prendere il treno. Da Milano un diretto al giorno (circa 5 ore), altrimenti cambio a Verona o Trento.
TESTO: Osvaldo Spadaro











OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook
