Ci sono sfide che non si possono vincere. Il giovane doganiere che sale sul treno a controllare i passaporti al confine tra Russia e Ucraina lo sa. Mentre entra nello scompartimento del diretto Budapest-Mosca per controllare i documenti pregusta le vittorie della serata. Così requisisce il passaporto con fare deciso, lo sfoglia con la manualità di un cassiere di banca e infine temporeggia sulla fotografia. Pronuncia il tuo nome con accento sovietico e inizia a scrutarti a ripetizione, confrontando la foto sul documento e il tuo volto attuale, quasi stesse giocando a uno di quei quiz da settimana enigmistica dove devi trovare le differenze. Se si prova a reggere il suo sguardo è finita. Fino a quando non si abbassano mestamente gli occhi non c’è alcuna speranza di avere un timbro sul passaporto. Se cedi, è fatta. Benvenuti in Russia. Spaciba.
Per andare da Venezia a Mosca occorrono 58 ore. Il treno diretto, che poi è un’antiquata carrozza letti di fabbricazione russa, parte un solo giorno a settimana, il mercoledì, poi viene agganciato a tre convogli diversi che si compongono e scompongono con la stessa precisione di un orologio in ritardo.
Si parte la sera, quando il buffet della stazione serve gli ultimi tramezzini e su Venezia cala la notte, sipario aperto per chi è venuto in cerca di vedute romantiche. Fino a Trieste niente di particolare, panorama italico, già visto. Tempo per studiare il vagone che viene gestito da un provodnik, un cuccettista che porta calato sulla testa un cappello enorme, retaggio di un’epoca oramai passata in cui l’autorità era direttamente proporzionale al diametro del cappello. Assieme indossa una divisa pomposa e pulita. La vestirà e svestirà sei volte prima dell’arrivo a Mosca: una per ogni frontiera. Il resto del viaggio lo farà in canottiera, o in maniche di camicia.
Avvolto di moquette e specchi anneriti, lo scompartimento in cui si alloggia una volta doveva essere qualcosa di lussuoso. Tre posti abbastanza ampi, tre letti uno sopra l’altro, scritte in sei lingue. In un angolo, accanto al finestrino bordato di tendine, una specie di comò che un tempo serviva da raffinato lavabo con tanto di specchio: ora è il posto migliore per conservare acqua e birre. Sul piccolo tavolino spicca un fiore. Di plastica.
Fino a Budapest il viaggio è quasi tutto di notte. Il sonno è interrotto dai controlli alla dogana: assenti tra Italia e Slovenia, scontrosi tra Slovenia e Croazia, solerti tra Croazia e Ungheria, quando oramai è giorno fatto e dal finestrino si intravede qualcosa di più che non sia una luce sfocata che fugge via.
Nell’intricato gioco di cambi e attese, a Budapest c’è anche il tempo di fare un salto alle terme che sembrano sanatori con tutta la gente in fila ordinata con la ricetta del dottore in una mano. Alla stazione di Budapest “Keleti” il nostro treno ha acquistato carrozze da Bucarest e Belgrado diventando il treno internazionale 628, partenza ora 18.43, destinazione Kiev. In carrozza.
Nello scompartimento c’è caldo, il treno vuoto si è riempito. Alcuni parlano inglese e fraternizzano con una semplicità che è figlia della curiosità: perché andate a Mosca in treno, non potete permettervi l’aereo? Vaglielo a spiegare: l’idea del viaggio, il panorama che sfila dai finestrini e tutte quelle cose. “Paura di volare”. Più semplice. I più loquaci sono studenti di Economia, studiano in Ungheria e tornano a casa per le ferie estive: a Omsk, in Siberia. Dopo un paio di ore alla fermata di Püspökladany sale un compagno di scompartimento, un russo dall’inglese incerto che dice di commerciare in legname per casse da morto tra la Siberia e l’Occidente. Impacchetta il suo vestito da agente di commercio e si mette in canottiera. Sui treni russi tutti si mettono subito a loro agio, senza scarpe e con vestiti comodi, quasi fossero nel salotto di casa. Così vestiti chiacchierano mentre il paesaggio piatto viene ravvivato dalle poche luci di stazioni sempre più piccole.
All’ora di cena il via vai verso il samovar, il gigantesco scaldaacqua che troneggia in ogni vagone ex-sovietico, si fa intenso. C’è chi la usa per una zuppa liofilizzata, chi per il tè. Tutti bevono birra, qualcuno vodka che offre a gesti con un’insistenza che non ha bisogno di parole. Il provodnik ha trovato un compagno per giocare a scacchi e pare contento. Interrompe la serie di partite solo dopo mezzanotte, quando si riveste per l’ennesimo confine.
Tra Ungheria e Ucraina il controllo è minuzioso, qui le frontiere riprendono ad avere valore e si vede. Passata la dogana di Zàhony, lasciato alle spalle il Tibisco che fa da confine, iniziano le operazioni per cambiare i carrelli. Tra la vecchia Unione sovietica e il resto del mondo lo scartamento è diverso: quindi o si cambia treno o si sostituiscono le ruote. Tre ore di martellate nel cuore della notte e si riparte. Chi ci è riuscito si è addormentato, gli altri parlottano con la testa appoggiata al finestrino. Il secondo giorno saluta un paesaggio tutto uguale per chilometri: campi di grano fin dove li può immaginare la fantasia e poi ancora oltre. Per ore si viaggia immersi in messi di grano da mietere, qualche casa colorata bisognosa di manutenzione e stazioni dai nomi ignoti, popolate di gente quasi che il passeggio del treno fosse un momento importante della giornata.
Sul far della sera si arriva a Kiev, dove la sosta è lunga e il treno acquista altre carrozze. Gli altoparlanti sparano una marcetta militare che sembra una versione ritmata dell’Internazionale. Pare sia in onore del treno che sosta al binario opposto al nostro: giovani ucraini in partenza per la colonia estiva a Sebastopoli, sul mar Nero. “Bel posto”, commenta qualcuno. Si riparte e nulla cambia: l’Ucraina era e resta un immenso granaio mosso dal vento che si attraversa per centinaia di chilometri.
Nella notte ennesima frontiera. Si entra in Russia da una porta di servizio: zero turisti, solo viaggiatori per necessità. Il tempo di svegliarsi dopo la disfida del passaporto e il vagone è in fermento. “Mosca, Mosca”, è il coro delle persone che smettono i vestiti da passeggeri e riacquistano quelli civili. Quando ci si ferma alla stazione di Moskwa Kievskaja c’è neanche il tempo di chiedere “siamo arrivati?” che sono già tutti scesi. Serve da lezione numero uno per provare a capire la Russia: domandare non è il modo migliore per ottenere risposte.
In carrozza: biglietti e orari
Acquistare il biglietto per il Venezia-Mosca può essere difficoltoso. In molte stazioni italiane vi diranno che il treno non esiste da anni, o che non possono emettere il biglietto. La cosa più semplice è rivolgersi alle Ferrovie tedesche (www.dbitalia.it) che hanno un ufficio per l’Italia a Milano, in via Napo Torriani 29, oppure si appoggiano all’agenzia Lazzi world, in via Tagliamento 27/b a Roma. Si può anche telefonare allo 02 – 67.479.578 oppure scrivere a info@dbitalia.it. Sono tedeschi: rispondono!
Il costo del Venezia Budapest in cuccetta è di 69 euro, da Budapest a Mosca in T3 invece se ne spendono 146.
Orari. La vettura a cuccette che effettua la tratta Venezia Santa Lucia - Mosca parte solo il mercoledì alle 21.20 e arriva a Mosca dopo due giorni e mezzo di viaggio. In alternativa, si può prendere l’Euronight 241 che ogni giorno collega Venezia e Budapest Keleti e di qui l’espresso 16SH per Mosca via Kiev che parte alle 18.43 e arriva due giorni dopo alle 9.56. Tra Venezia e Budapest ci sono sia cuccette che posti a sedere, tra Budapest e Mosca solo cuccette.
Il visto
Di tutti i Paesi attraversati l’unico per cui serve il visto è la Russia, per l’Ucraina non è necessario, ma è comunque obbligatorio il passaporto. Il visto turistico per la Russia viene rilasciato prima della partenza. Per ottenerlo occorre presentare copia del biglietto di ingresso e di uscita, ma soprattutto una lettera di invito nel Paese che si può ottenere dall’albergo o dall’ostello che vi ospiterà una volta arrivati. È obbligatoria anche un’assicurazione sanitaria che però sia riconosciuta in Russia.
Il visto costa 35 euro e si ottiene in una settimana, con urgenza il prezzo sale a 70 euro. Gli uffici consolari si trovano a Roma (tel. 06 - 442.356.25; www.ambrussia.com), Milano (tel. 02 - 487.504.32; www.rumilan.com), Genova (010 – 372.60.47) e Palermo (091 – 611.39.70).
Osvaldo Spataro











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