“Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide”. Aveva ragione Jean Claude Izzo, il romanziere noir che ha cantato Marsiglia, quando diceva che per entrare in sintonia con la città è necessario schierarsi, appassionarsi, trovarne il ritmo. Gare Saint Charles, la stazione ferroviaria, sorge in cima alla collina: da qui la città è un susseguirsi di tetti accavallati, il mare non si vede, ma si sente nell’aria. Basta scendere la grande scalinata per capire che trovare i cliché del francese come unica lingua parlata o le baguette sotto braccio, sarà quantomeno difficile.
Marsiglia crocevia del mondo, miscuglio di lingue, odori e sapori. Marocchini e algerini, il Nord Africa delle ex colonie francesi si è dato appuntamento qui. E nei vicoli alle spalle del porto vivono africani d’ogni angolo del continente. Place Jean Jaurés, rue Longue des Capucins, dai sandali di plastica ai cesti di vimini, a Marsiglia le bancarelle ricordano i suk. Non si può non rimanere incantati, arrivare in città è come immergersi nelle varietà del mondo riunite assieme: perfino il Parco Borély, a Est del centro, è l’unione di quattro giardini a tema. Provenzale, orientale, africano e asiatico. Di giorno le vie brulicano di gente, la sera si beve Pastis, il liquore all’anice amato come lo spritz a Padova.
Ma a chi non ha tempo di bere un bicchiere di vino con calma, la città non può dire niente. A chi non ha la pazienza di mettersi in fila davanti alle bancarelle del porto per comprare pesce fresco, la città non si può svelare. Per questo il modo migliore per conoscere Marsiglia è attraversarla, a piedi. Ogni bar ha tavolini all’aperto: per le strade i bambini giocano a pallone e le donne velate fanno capannello agli angoli dei palazzi. Nei vialetti dei parchi, gruppi di anziani giocano a Petanque: per la versione francese delle bocce, nata proprio a Marsiglia, bastano bocce, pallino e un campo improvvisato su qualsiasi terreno. Una città antica, Marsiglia, la più antica della Francia.
Ogni isolato ha un’esistenza propria, vicina eppure indipendente. Rue de la République, la via dei negozi alla moda. Cours Julien, la piazza del ritrovo per antonomasia: di giorno i gitani suonano di fronte ai ristoranti, la sera i ragazzi si cimentano con djembe e chitarre. Più che dai palazzi dei ricchi commercianti e dalle vie del centro, diceva sempre Izzo, “Marsiglia è fatta da chi ci vive”. Senso d’appartenenza al Paese? Poco, i marsigliesi si sentono francesi speciali, automi dalla capitale. L’appartenenza si vive al Velodrome: la passione che unisce tutti è il calcio e, come Napoli con Maradona, anche Marsiglia ha un suo campione che rappresenta il riscatto sociale.
Zinedine Zidane, ex capitano della nazionale francese, qui è un mito. D’origine algerina, Zizou, come lo chiamano i tifosi, ha iniziato a correre dietro la palla al quartiere periferico La Castellane, caseggiati di cemento armato e tanta disoccupazione. Come lui, anche Samir Nasri, centrocampista classe 1987, famiglia d’origini algerine, nato e cresciuto nel quartiere popolare di Gavotte Peyret, un migliaio di abitanti che arrivano dalle isole Comore come dal Senegal e dalla Tunisia. Prime, seconde e terze generazioni: su 800mila abitanti, a Marsiglia uno su otto è immigrato.
Commercio e affari, molto passa da questa città di mare, per dimensioni seconda solo a Parigi. Eppure i disoccupati sono moltissimi, attorno ai 40mila, e chi non ha un lavoro si arrangia come può, anche recuperando dalla spazzatura masserizie da vendere al mercato delle pulci di Porte d’Aix. Per rilanciare il mercato del lavoro e dare alla città la possibilità di diventare la capitale del Mediterraneo, Unione europea, Stato, e amministrazione locale puntano sul progetto “Euromediterranee”, 3 miliardi e mezzo d’euro d’investimento per trasformare il porto antico in una base commerciale moderna e competitiva. Entro i primi anni del prossimo decennio, i quartieri La Belle de Mai, Saint Charles e la Joliette, Arenc e la rue de la République, si rimodelleranno con centinaia di metri quadrati di uffici e residenze internazionali.
A progetto terminato, forse non sarà più possibile cogliere l’atmosfera misteriosa che gli appassionati di storie di “mala” cercano nei vicoli vicino al porto vecchio. Euromediterranee si lascerà definitivamente alle spalle la French connection, la mafia marsigliese legata per affari di droga a quella americana e italiana. Addio alle case basse di Belle de Mai, addio alle costruzioni industriali de la Joliette: Euromediterranee sarà un banco di prova per quel métisage che, come dicono i francesi, unisce senza annullare. Davanti ai cantieri aperti del lungomare del Vieuxport, da dove partono i battelli per l’arcipelago del Frioul e l’isola d’If (celebre per “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas), è naturale chiedersi se Marsiglia riuscirà in questa impresa di commistione.
Il quartiere Le Panier, il più antico, sta già cambiando. A frequentare le piazzette e le viuzze di pietra, sono ora i turisti stranieri. Con il TGV bastano poco più di tre ore per arrivare a Parigi e nel 2013 la città sarà la Capitale europea della cultura. Forse la modernizzazion riuscirà a ridurre il numero dei senza tetto che la notte si coricano ai lati delle strade. Intanto lassù, in cima alla collina, alla basilica di Notre Dame de la Garde i fedeli portano ex voto per gli scampati alla furia del mare. Fra sacro e profano, nella città che ha dato il nome all’inno nazionale, ognuno si sente libero di professare il proprio credo. E forse è grazie a questa libertà che chi arriva a Marsiglia, pronto a lasciarsi avvicinare dallo spirito della città, riesce a sentirsi a casa.
TESTO: Laura Bellomi











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