Annata 2008
In bianco e nero (n.149, febbraio 2008)
Ha raccontato una storia d’amore e incomprensioni tra uomini e culture. Per costruire il meticciato, dice, bisogna desiderare di incontrare l’altro: basterà?. Intervista a Cristina Comencini

Milano, cinema in centro. Le luci si abbassano. Che cos’avrà da dire un film sui rapporti interculturali a uno che scrive per un giornale venduto da stranieri? Sono curioso.
Sullo schermo appare Elena (l’attrice Ambra Angiolini), mediatrice culturale per una ong che raccoglie fondi per il continente africano. È sposata con Carlo (Fabio Volo), informatico a cui quella parte della terra dà quasi “fastidio”. Ma le cose sono destinate a cambiare, quando Carlo incrocia lo sguardo di Nadine (Aïssa Maïga), senegalese, moglie di Bertrand (Eriq Ebouaney), un collega di Elena.
Tra Carlo e Nadine esplode la passione. E il tradimento irrompe sulla scena, facendo vacillare gli equilibri affettivi e culturali di due comunità: quella italiana e quella senegalese.
Non svelo il finale, ma torno a casa con la sensazione di un’occasione sprecata. L’approccio di Cristina Comencini, regista e sceneggiatrice di “Bianco e nero”, non mi ha convinto: sembra che il segreto della convivenza sia confondersi l’uno nell’altro, buttando alle ortiche la propria storia. Per capirci qualcosa in più, chiamo la regista al telefono.

Com’è nato il suo film?
L’ispirazione mi è venuta dopo un viaggio di lavoro in Rwanda con il sindaco Walter Veltroni e gli studenti delle scuole di Roma. Insieme a noi c’erano delle persone africane emigrate in Italia, alcune sposate con nostri connazionali.
La sceneggiatura è nata chiacchierando con queste coppie, dai tanti episodi di vita vissuta, raccontati sempre con molta ironia. Proprio il loro sguardo divertito mi ha spinto a parlare di questi temi in un film commedia. E ho pensato che la storia del tradimento potesse far emergere tutta la complessità della questione.

Nel 1967, negli Usa, usciva “Indovina chi viene a cena?”: un classico sull’amore e le differenze razziali. “Bianco e nero” esce nel 2008: in Italia siamo forse in ritardo?
No, credo invece che siamo abbastanza avanti. In Francia, dove vivono molti neri, commedie su queste problematiche ne sono state girate ancora poche. E in America ci sono stati anche film come “Jungle Fever” (del regista Spike Lee, 1991, ndr), che racconta un amore misto con toni drammatici.
La mia è la prima commedia in Italia che porta in scena sentimenti e differenze culturali. Credo poi che “Bianco e nero” sia un film sorretto da una grande passione per il meticciato e per gli incontri che vanno fuori dalle regole. Per questo ho dato spazio e attenzione non solo alla  storia d’amore tra Carlo e Nadine, ma anche al forte legame d’amicizia che unisce i coniugi traditi, Elena e Bertrand.

Film a parte, che cosa ne pensa dell’integrazione nel nostro Paese?

Integrazione è una parola che non mi piace: trovo che non esprima alcuna passione. Preferisco semmai parlare di “desiderio del diverso”. Tra italiani e stranieri capita spesso di sfiorarsi, ma poche volte ci si incontra davvero, in profondità. Ho però una coppia di amici, mista: lui è odontotecnico, lei una ragazza del Mali. Gente come loro sono il futuro: tutto da costruire, amare e coltivare attraverso il gusto e il piacere di incontrarsi.

Questo numero di Terre di mezzo è dedicato al rapporto tra immigrati e sanità. Ne ha mai parlato con gli amici?
Credo che il rapporto con la Sanità italiana, già carente per noi, lo sia ancor di più per chi non è nato qui. Quello sanitario è un campo che andrebbe riformato totalmente, come la giustizia e la scuola. Alla fine, l’Italia è un Paese a macchia di leopardo: alcune zone sembrano la Svizzera, in altre ci sembra di essere in Africa.

Andrea Rottini

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