Una mostra sul pianerottolo di casa. Fogli di carta ruvida, da schizzo, appiccicati con scotch tra porta e ascensore. Pochi tratti a pennarello, per raccontare la storia di un sopruso, quello di chi perde casa per una speculazione edilizia. Pat Carra, autrice di vignette satiriche, ha vissuto sette mesi in un cantiere costruito attorno ai 115 metri quadri del suo appartamento milanese.
Sembra un paradosso.
Eppure è quello che è accaduto. La proprietà del palazzo (legata a Giuseppe Statuto, indagato nel 2005 tra furbetti del quartierino insieme a Fiorani, Ricucci, Consorte e Coppola), pur di mandarmi via ha iniziato i lavori di ristrutturazione con me e la mia famiglia ancora dentro. Avevamo un affitto in piena regola, un contratto garantito, ma non è bastato. E il cantiere è stato un modo per farci sentire invisibili, come dei fantasmi.
Da qui è nata la tua provocazione?
Sì, direi una lotta di esistenza più che di resistenza.
Una reazione all’invasione barbarica?
Non la definirei così, perché non ho mai disegnato per rabbia o di getto. La prima striscia è stata quasi meditata. Ho preso il vocabolario e ho cercato la parola speculare. Volevo capire cosa stava avvenendo e parlare con le persone che ci lavoravano, prima di tutto muratori e impiantisti.
La mostra era rivolta a loro, dunque.
Sì, agli operai e alla loro umanità dolente. Ai loro sguardi tristi. Immigrati dal Sud e molti stranieri, soprattutto tunisini e marocchini. Li sentivo vicini, una vita condivisa, in un cantiere tra polvere e rumore di trapani.
E vi capivate?
Di più, siamo diventati complici. Gli operai stavano attenti a non urtare le vignette, si fermavano a guardarle e, se non le capivano, se le facevano spiegare dall’idraulico italiano.
Come in un gioco.
Si scherzava e si giocava, come quella volta che ho appeso un cappello da giullare accanto ai loro elmetti da lavoro, sull’attaccapanni a piano terra. Quello era il mio modo di essere lì, con la mia ironia.
Però hai lasciato l’appartamento.
Mi sono trasferita, ma non è stata una sconfitta. Un giorno un impiantista mi ha chiesto: “Non crederà mica di averla vinta?”. Gli ho risposto che non volevo vincere, ma fare una lotta di civiltà. Quei mesi sono stati un’esperienza politica riuscita.
In che senso?
Mi sono sentita indifesa nei confronti della legge, ma non delle relazioni. Capitava così che sulla porta di casa, sopra il cartello “Immobile abitato” -scritto perché non si dimenticassero di noi-, trovavo dei post-it con gli orari dei lavori più rumorosi. E raccomandazioni quasi affettuose: “Domattina trapaniamo, meglio se uscite di casa”.
Che cosa hai imparato da questa disavventura?
Il significato della parola casa. Perché abitare non è semplicemente stare tra il letto e la cucina. Ma è un’esperienza interiore.
Elena Parasiliti
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