Devo ammetterlo, il suo tono è affabile, come sempre. Forse perché Alessandro Bergonzoni non si sente affatto una “prima donna”. Eppure il suo volto è ben noto al grande pubblico. Merito di una vena di ironica follia e di un talento poliedrico.
Oltre a recitare a teatro, Bergonzoni realizza sceneggiature, scrive libri -il suo “Le balene restino sedute” (Palma d’oro di Bordighera, 1989) ha fatto da apripista al filone dei testi comici- e, qualche volta, canzoni. Tra poco inaugurerà anche una mostra a Napoli, con i suoi quadri.
Un successo a tutto tondo, ma lui resta schivo. “Non mi interessa la cresta dell’onda, preferisco il mare e l’oceano” scherza, e subito spiega: “Per arrivare a questa consapevolezza, c’è voluto del tempo, ma ne è valsa la pena”.
Il debutto a 24 anni: porta in scena “Scemeggiata”, è il 1982. Devono però trascorrere ancora cinque anni di gavetta perché il pubblico si accorga di lui.
La prima a notarlo è la critica che, nel 1987, gli assegna il premio Idi (Istituto dramma italiano). Poi anche “la platea” lo scopre: lo spettacolo “Non è morto né Flick né Flock” si rivela un successo. Mentre la gente fa la fila al botteghino, Maurizio Costanzo lo porta in tivù: sono gli anni del “Maurizio Costanzo show” e di “Babele”, la trasmissione letteraria di Corrado Augias. Il quotidiano La Repubblica gli offre una rubrica settimanale.
Ormai è un personaggio, per giunta sensibile al sociale: nel 2006 gira uno spot a sostegno de “La casa dei risvegli Luca De Nigris”, una struttura bolognese dove si assistono persone in coma.
Che effetto le fa il successo?
Fortunatamente, non mi ha cambiato la vita. Il mio è stato un percorso graduale e questo mi ha consentito di restare coi piedi per terra.
Non dev’essere stato facile...
La fatica maggiore è stata quella di decidere che tipo di persona volevo essere. Senza cedere alle lusinghe della notorietà “a tutti i costi”.
È possibile?
Esiste una “via altra” per fare l’artista, dove non sei sempre condizionato da quello che la gente vuole da te.
Insomma, da quello “che tira”.
Sì, non sono mica un attore “speedy pizza”: non faccio spettacoli su ordinazione. Scrivo e interpreto cose che in cui credo. E che mi divertono.
Comico, scrittore e ora anche pittore. Ma lei, di solito, come si presenta?
“Piacere, un artista pensante”. Perché sul palco non interpreto i classici, interpreto me stesso. Una scelta che ha una sua legittimità come hanno dimostrato Giorgio Gaber e Dario Fo.
Le va mai stretto questo ruolo?
Talvolta. Ma alla fine scrivo i miei testi in base a ciò che voglio comunicare.
Autonomia a tutti i costi, allora?
Sì, perché esiste un’ossessione del mercato: tutto dev’essere vendibile. Ma non ci si può sempre “vendere e comprare”.
Una legge valida anche a teatro...
Certo, io lavoro perché qualcuno compra i biglietti dei miei spettacoli. Però non può essere questa l’unica molla.
E l’arte, è un’altra cosa?
Ne sono convinto: ti consente di sottrarti dalle sirene di una banalità assoluta.
Lucia Capuzzi
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