Annata 2008
Musicisti guerriglieri (n.152, maggio 2008)
Quindici elementi, nove nazionalità e la certezza che “la verità è nelle cose che si costruiscono insieme”. Intervista al direttore dell'Orchestra multietnica di via Padova, Massimo Latronico.

Entrano alla spicciolata. Prima la batteria, il balafòn, la fisarmonica, poi i fiati e gli archi. Sono le 21.40, quando il violino dà il la. Ad accogliere strumenti e orchestrali, una sala di neppure 20 metri quadri: alle pareti la Madonna, un ritratto di Pertini e uno striscione: “Gloria eterna ai caduti per la libertà”.
Ogni mercoledì sera, da un anno e mezzo a questa parte, l’Orchestra di via Padova si dà appuntamento qui, nella sede dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia a Milano. “Musicisti guerriglieri” ironizza il Direttore, Massimo Latronico, mentre alle 22.23 fa il suo ingresso Oscar, facendo segno di vittoria. All’appello manca solo Tatiana, la voce.

Direttore, 14 musicisti presenti su 15.
Quando siamo tutti, è un evento. L’orchestra è un equilibrio delicato, come le situazioni di chi ne fa parte.

Ci descrive i suoi componenti?
Musicisti migranti, provenienti da nove nazioni diverse. Fra loro, anche tre donne.

Che cosa occorre per suonare con voi?
Tecnica, ma soprattutto anima e perché no, la rabbia di chi è esposto a situazioni politiche, sociali e affettive complesse.

Un’intuizione custodita a lungo…
Mi sono trasferito in via Padova nel 2005 e mi ha colpito subito la ricchezza di questa strada. Ho condiviso la mia follia con l’edicolante spagnola sotto casa e lei mi ha indicato alcuni musicisti.

Ma che cosa avete in comune?
La musica. Siamo tutti professionisti, anche se poi il mercato del lavoro ti costringe a riciclarti, come informatico, badante, manutentore, musicista di strada.
Professionisti quindi, non volontari.
Esatto, infatti gli orchestrali ricevono 20 euro a prova, 50 a serata. È una questione di professionalità, e di fiducia.

Scusi, ma i soldi chi ve li dà?
Non riceviamo finanziamenti statali. Per i primi cinque mesi di prove ci ha sostenuto l’Arci (ci siamo costituiti per questo come circolo socio-culturale). Ora ci sono le serate, una quarantina all’attivo, e la provvidenza.

Come definirebbe la vostra musica?
Direi “meticciata”, perché gli stili si confondono e ogni brano attraversa il mondo, dal Latino America all’Europa dell’Est. In sottofondo, i suoni degli anni Settanta, e l’energia di basso e batteria.

Ingredienti che ritroveremo nel vostro primo cd, “Tunja”?
Sì, i 13 brani del disco racchiudono tutto questo. Sono racconti, narrazioni. Come scoprirete, venendo alla sua presentazione: il 23 maggio, sul palco dell’Alcatraz a Milano.

Strano titolo. Da dove arriva?
È quello di una canzone, composta da Ablo. Significa “Verità”, in uno degli 80 dialetti del Burkina Faso. Il ritornello dice: “La verità sta nelle cose che si costruiscono insieme”.

La musica è un linguaggio universale?
Sì, ma non spontaneo: ogni musicista porta con sé il ritmo del proprio Paese, e talvolta occorre fare delle scelte.
Un ruolo difficile il suo. Dirige strumenti, temperamenti e culture. Come se la cava con la fede?
L’Orchestra ha matrice laica, da statuto. Ma è attenta alla religione di ciascuno. Tra noi ci sono cattolici, ortodossi, animisti e musulmani.

Piazza Vittorio a Roma, porta Palazzo a Torino, piazza Calenda a Napoli... Un fiorire di orchestre.

Tante sorelle sparse in giro per l’Italia. Aspettiamo solo l’occasione di poter collaborare. Intanto -ride- le audizioni in via Padova restano aperte.

Elena Parasiliti

***

Scarica qui il numero 152

Eventi
Rubriche