Le città a misura d’uomo esistono. Sono quelle costruite sui bisogni delle persone e non del profitto, del big business”. A parlare è Vandana Shiva, scienziata e attivista indiana, autrice di numerosi saggi tra cui il recente “Dalla parte degli ultimi. Una vita per i diritti dei contadini” (Slow Food, 2008). Cinquantasei anni, più di una ventina di libri all’attivo e una vita spesa tra le fila del movimento ambientalista: dal Chipko movement degli anni Settanta (lotta delle donne indiane a difesa delle foreste) fino ai recenti World social forum e alle manifestazioni anti-ogm. La sua voce è sicura, il linguaggio semplice e diretto. Sul mondo attuale non ha dubbi: aspirare a città vivibili e ben governate non è un’utopia.
Quali sono le caratteristiche necessarie per una società a misura d’uomo?
Per prima cosa si deve adottare un metodo di produzione biologico e rispettoso dell’ambiente. L’agricoltura ha un’importanza enorme: ci dice come una comunità coltiva le proprie ricchezze, che sono la terra e l’acqua, e come costruisce il proprio futuro. Se non rispetta la natura, non avrà lunga vita.
Altri suggerimenti?
Deve fondarsi su regole trasparenti, che favoriscano la giustizia sociale. Dare di più a chi ha di meno e non viceversa. Non ci possono essere privilegi per le imprese più potenti e ostacoli per i piccoli contadini.
Un modello da seguire?
Per ideare politiche più sostenibili basta modellarle sulle esigenze di donne e bambini, che rappresentano i bisogni più autentici e vitali di ogni essere umano.
In molte sue battaglie ha puntato sulle donne. Pensa che abbiano una sensibilità diversa sui temi ambientali e civili?
Sì. Non dipende da caratteristiche biologiche, ma dalle radici culturali: la donna tradizionalmente si è sempre dovuta occupare di nutrire i figli e curare i propri cari, di trovare e conservare il cibo e l’acqua. Un ruolo che le ha permesso di sviluppare una consapevolezza diversa su ciò che è importante per vivere. Nelle comunità rurali questa sensibilità è più marcata, ma la si trova anche nei Paesi industrializzati.
Secondo lei, in Italia esistono buoni esempi di città?
Nel vostro Paese conosco Modena: ci sono stata a giugno per la Fiera del biologico. Per quanto ho visto, si può definire una città abbastanza vivibile: non ci sono le macchine nel centro, ha piazze e spazi che favoriscono l’incontro e le relazioni sociali. Non a caso, sono nate qui le cooperative di lavoratori.
E nella sua terra?
Direi Benares, la città santa dell’India, con i palazzi che si affacciano sul Gange (meta di pellegrinaggi per tutti gli indu che vengono a “lavare” i peccati nel fiume, ndr). Nella regione è diffusa l’agricoltura biologica e la spiritualità del luogo ispira la tolleranza e il rispetto nei confronti degli altri.
Al di là della retorica, come si può influire davvero sulle grandi decisioni?
Innanzitutto non bisogna aspettarsi che il cambiamento venga dall’alto, ma occorre agire in prima persona per favorirlo. Non ho l’arroganza di pensare che da sola posso cambiare il mondo, ma sicuramente è partendo da me, dai miei bisogni e dalle mie abilità, che posso migliorare la società.
Eleonora De Bernardi
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