Annata 2008
La seconda volta (n.154, luglio-agosto 2008)
Italiano e rom, è stato tra i primi a subire il “censimento” voluto dalla Prefettura di Milano. E sono riaffiorate antiche paure. Intervista a Goffredo Bezzecchi

Scuote la cenere dalla sigaretta e ripete: “A che cosa è servito? Perché umiliarci in questo modo?”. Goffredo Bezzecchi, rom italiano, classe 1939, è preoccupato e non lo nasconde. Il ricordo della mattina del 6 giugno è recente, e brucia ancora. Erano da poco passate le cinque del mattino. Un vigile ha bussato alla finestra del prefabbricato in cui Goffredo vive con la moglie. Il campo rom di via Impastato a Milano, una striscia di terra tra la tangenziale Est e la stazione di Rogoredo, è stato invaso da poliziotti e carabinieri che hanno svegliato gli abitanti delle roulotte per identificarli e fotografare i loro documenti. Tutti, bambini compresi. Il primo atto del censimento di tutti i campi milanesi voluto dal Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, per dare una risposta efficace all’“emergenza” rom.
“Erano in tanti, ma si vedeva che non lo facevano volentieri -spiega Goffredo- hanno svolto la perquisizione sapendo che non c’era nulla da trovare”.

Come giudica questa situazione?
Mi hanno fatto diventare un fuorilegge. E adesso che cosa dirò ai miei figli, ai miei nipoti? Prima ripetevo sempre: “Lavora, sacrificati e sarai rispettato”. Soprattutto quando vedevano i loro amici con i soldi in tasca, le belle macchine e la vita facile. Malgrado tutto questo, siamo stati tra i primi a venire schedati, ancora prima dei romeni.

Avete paura?

Sì. Ci spaventano questi provvedimenti presi dal Prefetto. Non sono contrario ai controlli, ma quello che non mi va bene è la schedatura, l’archivio con i nomi di tutti i rom. E poi non ci hanno spiegato nulla: vuol dire che hanno in mente qualcosa di poco promettente. Queste cose si facevano al tempo del fascismo, e per uno che le ha vissute come me...

Quindi non è la prima volta che lei si ritrova a essere “fuorilegge”?
Durante gli anni della guerra gli zingari venivano ammazzati, finivano nei campi di concentramento. Io e la mia famiglia siamo stati presi mentre ci trovavamo tra  Udine e Palmanova e siamo stati internati a Lipari. Si stava come maiali, lì dentro: senz’acqua, con ben poco da mangiare e in condizioni igieniche pessime. Per fortuna siamo riusciti a scappare.

E dove siete andati?
Abbiamo continuato a scappare per tutto il tempo della guerra: Trentino, Piemonte, Emilia, Liguria.
Viaggiavamo per le montagne, a piedi, sempre lontano dai sentieri. Per nostra fortuna i contadini e la gente del posto spesso ci aiutavano, permettendoci di dormire nelle loro stalle. Quando poi la guerra è finita, ci siamo fermati a Genova.

E a Milano quando è arrivato?
Sul finire degli anni Cinquanta, e ho iniziato subito a lavorare. Facevo l’ambulante nei mercati, poi ho comprato una giostrina. Durante la bella stagione giravo le fiere dei paesi, mentre d’inverno lavoravo come stagionale: muratore, autista, spalatore di neve. Ho fatto anche il “rimboschitore” al Monte Stella, il turnista all’Alemagna, il catramista e il commerciante di rottami.

Che cosa augura ai giovani rom?
Che si tengano ben stretto quello che sopravvive della tradizione zingara: il rispetto per gli anziani e l’educazione. Ma spero anche che i miei figli e i miei nipoti vadano a vivere in case vere: i campi di oggi portano all’ozio e alla delinquenza.

Se potesse incontrare il Prefetto, cosa gli direbbe?
Gli suggerirei di fare la differenziata anche con i rom. Non solo con i rifuti.

Ilaria Sesana

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