Annata 2008
Virtù perduta (n.155, settembre 2008)
L'editoriale

L’ospitalità non è più una virtù.
Ad accogliermi all’inizio di corso Vittorio Emanuele oggi ci sono una jeep, tre carabinieri e quattro militari. Facce pulite, come le loro camicie impeccabili anche con l’afa di Milano.

Strano effetto. La chiamano sicurezza (424 soldati che presidieranno la città per 6 mesi), ma per la prima volta, in questo tratto di strada, sotto le guglie del Duomo, c’è qualcosa di stonato. E passo dopo passo impallidisce quella gioia che provo ogni volta che metto piede in casa dopo un periodo di assenza. Le tapparelle ancora abbassate nascondono alla vista gli ambienti familiari, ma ti accoglie un profumo, quello delle tue cose, e ti senti protetto. Aria di casa.

L’ospitalità non è più una virtù, perché quella dell’accoglienza è una disciplina faticosa. A volte, estrema. Non sai mai bene chi ti arriva in casa, quanto tempo e attenzioni ti domanderà e se sarai in grado di soddisfare i suoi bisogni senza perderci.
Per aprire la porta a qualcuno ci vuole coraggio. Quello di condividere ciò che si è e ciò che si ha. Anche il poco, senza vergogna. “Quello che mangio io, mangi tu” mi diceva quest’estate di fronte a un piatto di pasta Cesare, un pensionato di Pietrapennata, 40 anime nel cuore dell’Aspromonte. Sua moglie, a scusarsi per “il sugo che manca”. Lui, a raccontare della sua terra, di politica e migrazione, di un figlio “americano” e dei viaggiatori, pochi, che passano di là. Alcuni giorni, l’ospitalità torna a essere una virtù.

Elena Parasiliti

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