Annata 2008
Ramallah Rap (n.156, ottobre 2008)
Cantano la frustrazione dei Territori occupati e sognano la pace per il loro popolo. Ma non credono nel dialogo con l’attuale società israeliana. Intervista al gruppo musicale Ramallah Underground

Dalla Palestina con orgoglio. Sono in arrivo in Italia, con sette date confermate, i Ramallah Underground, gruppo hip hop palestinese che combatte con le parole in rima il senso di disperazione e la tentazione di cedere alla violenza che dilagano nei Territori occupati. Sono stati invitati dall’associazione “Jalla - Sport sotto l’assedio”. Il loro è un messaggio di speranza: “È dalle persone oppresse che arriverà la spinta al vero cambiamento”.
Nell’attesa, li abbiamo intervistati.

Cosa significa per voi fare musica a Ramallah?
È un modo per resistere alle disumane condizioni in cui viviamo -racconta Aswatt (in arabo “suono”), una delle tre voci della band, 25 anni-. I giovani  palestinesi oggi sono disperati: non possiamo uscire dalle nostre città, siamo continuamente braccati e controllati. Non possiamo fare progetti sul nostro futuro. La musica è un modo per contrastare i sentimenti di violenza e frustrazione dentro di noi. È un modo per sfogarci e parlare delle vite quotidiane, delle questioni politiche, sociali e culturali che ci riguardano. Ma alla fine è anche, semplicemente, un’occasione per coinvolgere e divertire chi ci ascolta.

Cavalcate rap, intermezzi arabeggianti, basi elettroniche, bassi potenti alternati a liriche acute. Il vostro lavoro è eclettico e originale.
Prendiamo ispirazione da ciò che vediamo e viviamo quotidianamente in Palestina -afferma Boikutt, 22 anni (nome tratto da “boycott”, boicottare e “cut”, tagliare, relativo alle tracce musicali)-. La nostra musica è un misto di Hip hop, Downtempo, Trip Hop, Glitch, accompagnati da un profondo senso di appartenenza alla cultura locale.

E da Internet.
Sì -continua Stormtrap, terzo cantante della band, nato a Nablus 21 anni fa (il suo nome d’arte in inglese significa “bocca di tempesta”, ma per lui non ha un senso, è nato per caso)-: Ramallah Underground era il nome di un sito web che abbiamo fondato nel 2003, per dare spazio a tutti gli artisti palestinesi seri e innovativi, dai fumettisti ai giovani registi, dai fotografi ai musicisti. Da quel collettivo è poi nata anche la band.

Cosa pensate se vi dico “pace”?
“Sì grazie!” risponde Boikutt. “Giustizia” pensa Aswatt. “Non arriva gratis” dice Stormtrap. 

E se vi dico “perdono”?
Boikutt: “Perchè no?”. Aswatt: “Sì, ma senza dimenticare”. Stormtrap: “Quando sarà il suo tempo”.

E “religione”?
Boikutt: “No, grazie”. Aswatt: “È un fatto privato e separato dallo Stato”. Stormtrap: “Sì, è qualcosa di  personale”.

Da chi vi aspettate possa arrivare una soluzione al conflitto che segna le vostre vite, quello israelo-palestinese?

Crediamo che la scossa, per essere efficace, debba partire da noi palestinesi, di ogni parte del mondo -spiega Boikutt-. Non pensiamo invece che ci possa essere un dialogo con l’attuale società israeliana. È tra gli oppressi che nascono i semi del cambiamento.

Eleonora De Bernardi

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