Dalla Palestina con orgoglio. Sono in arrivo in Italia, con sette date confermate, i Ramallah Underground, gruppo hip hop palestinese che combatte con le parole in rima il senso di disperazione e la tentazione di cedere alla violenza che dilagano nei Territori occupati. Sono stati invitati dall’associazione “Jalla - Sport sotto l’assedio”. Il loro è un messaggio di speranza: “È dalle persone oppresse che arriverà la spinta al vero cambiamento”.
Nell’attesa, li abbiamo intervistati.
Cosa significa per voi fare musica a Ramallah?
È un modo per resistere alle disumane condizioni in cui viviamo -racconta Aswatt (in arabo “suono”), una delle tre voci della band, 25 anni-. I giovani palestinesi oggi sono disperati: non possiamo uscire dalle nostre città, siamo continuamente braccati e controllati. Non possiamo fare progetti sul nostro futuro. La musica è un modo per contrastare i sentimenti di violenza e frustrazione dentro di noi. È un modo per sfogarci e parlare delle vite quotidiane, delle questioni politiche, sociali e culturali che ci riguardano. Ma alla fine è anche, semplicemente, un’occasione per coinvolgere e divertire chi ci ascolta.
Cavalcate rap, intermezzi arabeggianti, basi elettroniche, bassi potenti alternati a liriche acute. Il vostro lavoro è eclettico e originale.
Prendiamo ispirazione da ciò che vediamo e viviamo quotidianamente in Palestina -afferma Boikutt, 22 anni (nome tratto da “boycott”, boicottare e “cut”, tagliare, relativo alle tracce musicali)-. La nostra musica è un misto di Hip hop, Downtempo, Trip Hop, Glitch, accompagnati da un profondo senso di appartenenza alla cultura locale.
E da Internet.
Sì -continua Stormtrap, terzo cantante della band, nato a Nablus 21 anni fa (il suo nome d’arte in inglese significa “bocca di tempesta”, ma per lui non ha un senso, è nato per caso)-: Ramallah Underground era il nome di un sito web che abbiamo fondato nel 2003, per dare spazio a tutti gli artisti palestinesi seri e innovativi, dai fumettisti ai giovani registi, dai fotografi ai musicisti. Da quel collettivo è poi nata anche la band.
Cosa pensate se vi dico “pace”?
“Sì grazie!” risponde Boikutt. “Giustizia” pensa Aswatt. “Non arriva gratis” dice Stormtrap.
E se vi dico “perdono”?
Boikutt: “Perchè no?”. Aswatt: “Sì, ma senza dimenticare”. Stormtrap: “Quando sarà il suo tempo”.
E “religione”?
Boikutt: “No, grazie”. Aswatt: “È un fatto privato e separato dallo Stato”. Stormtrap: “Sì, è qualcosa di personale”.
Da chi vi aspettate possa arrivare una soluzione al conflitto che segna le vostre vite, quello israelo-palestinese?
Crediamo che la scossa, per essere efficace, debba partire da noi palestinesi, di ogni parte del mondo -spiega Boikutt-. Non pensiamo invece che ci possa essere un dialogo con l’attuale società israeliana. È tra gli oppressi che nascono i semi del cambiamento.
Eleonora De Bernardi
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