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G8 Anni dopo_Marelli
"Nel 2001 il movimento aveva due anime, quella terzomondiale e quella pacifista, che oggi sembrano non volersi confrontare".

“Nel 2001 il movimento terzomondiale e quello pacifista si erano saldati insieme, oggi le posizioni si sono radicalizzate e sembrano non volersi confrontare”. Sergio Marelli, direttore generale di Focsiv e presidente dell'associazione Ong italiane, interviene alla vigilia del G8 dell'Aquila.

Perché nel 2001 si generò una mobilitazione così diffusa da parte di gran parte dell'associazionismo italiano - "nuovo" e tradizionale, piccolo e grande, laico e cattolico, organizzato e spontaneo - e oggi non se ne vede traccia?
Io penso che ci siano alcune cause concomitanti: la prima è la grande attenzione che, a livello internazionale hanno suscitato le guerre e le crisi piu vicine a noi: Iraq e Afghanistan al primo turno, la crisi dei Balcani, una serie di fenomeni violenti e di vere e proprie guerre combattute che sono arrivate cosi vicine al nostro Paese, balzate alla cronaca sulle prime pagine dei giornali, che hanno saldato due grandi movimenti. Uno è quello che con termini passati chiamavamo terzomondiale, l'altro più pacifista e contro la guerra: la saldatura tra queste due anime dei movimenti sociali in Italia ha fatto sì che il movimento del 2001 assumesse una dimensione fuori dal comune. La seconda causa, è perché il G8 italiano è stato il primo atto internazionale del ritorno al potere di Silvio Berlusconi. In quel frangente, scesero in campo i grandi movimenti antagonisti e di opposizione e anche le sigle sindacali, non per strumentalizzare ma per convergere, anche con questioni politiche. La terza causa, forse con un po' di presunzione, è che a quel punto la nostra azione di informazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica e sul ruolo che il G8 avrebbe potuto giocare su questi problemi ha incassato un consenso come fenomeno di massa e non come questione per addetti ai lavori. Queste concomitanze che allora c'erano, oggi sono venute meno sia per la frammentazione insita nelle forze, nei movimenti e nei partiti dell'attuale opposizione al governo che ha fatto venir meno la mobilitazione di massa su queste tematiche, sia perché c'è un ripiegamento su scelte individuali e su problemi nazionali, anche a causa di temi come la sicurezza e l'incertezza sul futuro, provocati dalla crisi economica.

Che cosa caratterizzò quella mobilitazione?
Un grande movimento di massa, un risultato di grande diffusione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica con l'errore di non aver calcolato che potesse essere strumentalizzata. Io penso che la strumentalizzazione ci sia stata da parte di coloro i quali sono stati conniventi nello sfociare delle manifestazioni violente, ma anche da parte di coloro che hanno compreso che le grandi tematiche all'interno del G8 avrebbero avuto una valenza anche sulla politica italiana.

Qual è l'eredità di quel movimento?
La necessità di costituire un movimento unitario rappresentativo della grande diversità presente nella società civile e creare una mentalità diffusa che di questi problemi bisogna occuparsene.

Potrà mai tornare un movimento di quel genere?
Personalmente ho fatto e farò di tutto per impedire che tornino le manifestazioni violente che hanno portato alla morte di una persona (Carlo Giuliani, il 20 luglio 2001; ndr). Detto questo sarà difficile che torni, ma sarà possibile far tornare una convergenza diffusa a patto che ci si renda conto dell'assoluta priorità di certi obiettivi piuttosto che della difesa di interessi particolari. Certo, per trovare una piattaforma comune ci vuole la disponibilità di tutti di mettersi in confronto e in ascolto, di avere la volontà di trovare un consenso anche con posizioni non perfettamente coincidenti con la propria.

Cosa fanno oggi i protagonisti di quel movimento?
Una parte ritiene ancora oggi che sia utile interloquire, anche nell'interesse delle categorie che tentiamo di rappresentare, con coloro che pensano ancora che il percorso di miglioramento si possa realizzare compiendo piccoli passi verso grandi obiettivi utopici, ma anche con la consapevolezza che possono essere raggiunti modificando giorno per giorno le scelte della politica. Un'altra parte è formata da quei movimenti e associazioni che ritengono più utile giocare un ruolo antagonista e di totale sfiducia nei confronti dei consessi internazionali, facendosi a loro volta portavoce delle classi più povere. Queste due anime devono incontrarsi con la volontà di trovare insieme gli obiettivi negli interessi delle persone che vogliono difendere.

Andrea Rottini

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